Paul Weller, l’uomo che cambia per non cambiare mai

Nuova uscita discografica per Paul Weller, che pubblica un album live registrato durante il tour estivo in UK e Irlanda, e che si conferma genio dai mille volti e punto di riferimento politico della cultura pop britannica
5 Ottobre 2026

Chiamatelo The Modfather, chiamatelo The Changingman. Chiamatelo icona, genio e sregolatezza, epifania della cultura mod. Chiamatelo, e lui risponderà con il suo nome: Paul Weller. Il decano del pop britannico è uscito il 2 ottobre 2026 con In the Shadow of the Sun – Paul Weller & Band Live & Very Direct, disco dal vivo pubblicato su Parlophone Records e registrato durante il tour in UK e Irlanda della scorsa estate.

Per annunciare l’album, Weller ha dichiarato: «Questo disco viene fuori direttamente dalla soundboard. Tutto reale, tutto vero: più potenza, più amore». Conoscendo il personaggio, non sono frasi di circostanza.

In the Shadow of the Sun è l’ottavo live pubblicato da Weller, che a 68 anni mette in fila la sua quarantaduesima uscita discografica, tra album in studio, dal vivo e raccolte, considerata solo la produzione solista. Con un tale curriculum, l’artista inglese non ha bisogno di smorfie inutili. Nelle canzoni risuonano nitide tanto la potenza quanto l’amore di cui parla il musicista di Woking: le trentuno tracce, selezionate con approccio sinottico, ripercorrono la carriera di Weller, spalmata su tre progetti diversi in cinque decenni, e che ha prodotto sei album originali negli ultimi nove anni.

Un genio creativo, quello welleriano, che non si è mai esaurito, pur scontrandosi con un carattere non facile. La recente opera a stampa, pubblicata dal giornalista inglese Dan Jennings, dal titolo Paul Weller – Dancing Through the Fire, The Authorised Oral History, mette a fuoco il temperamento impetuoso dell’artista, spesso poco riflessivo quando si tratta di “licenziare” i musicisti che collaborano con lui, acuito dai problemi con l’alcool risolti a fatica. Jennings ha raccolto le testimonianze di oltre 200 tra collaboratori, familiari, fan e persone dell’entourage di Weller, rilasciate dal 2020 al suo podcast Desperately Seeking Paul, e arricchite da due ore di intervista con il diretto interessato.

Ne viene fuori un ritratto crudo e “molto diretto”, come la dicitura nel nome del disco e che è propria del “nostro”. Weller continua a confrontarsi con un pubblico fedele, per cui la sua musica è oggetto di culto, attraverso una selezione di brani estratti da una carriera percorsa da più fasi. Nello spettacolo, senza effetti speciali, c’è spazio per il ruvido power pop della fase giovanile The Jam, per il raffinato jazz-soul-fusion dell’epoca The Style Council con Mick Talbot e la ex moglie Dee C Lee, fino alle gemme della carriera solista tra cui le immortali You Do Something to Me, Broken Stones, The Weaver, All the Pictures on the Wall e tante altre.

Weller propone in ogni show sia My Ever Changing Moods, dall’era Style Council, sia The Changingman, dall’omonimo esordio solista del 1992. Ed è proprio il concetto di “cambiamento” la chiave per avvicinarsi a un artista perennemente inquieto. La sua storia, musicale e personale, è illuminata da una stella polare, un’ossessione più che un’ambizione: non realizzare mai due dischi uguali. Non per sbaglio Weller, amico personale di Noel Gallagher e Damon Albarn, sta in cima alle ispirazioni dei più grandi nomi della musica britannica, tra cui Oasis e Blur.

Inquietudine e urgenza creativa trovano sfogo nel bisogno costante di cambiare pelle e dare veste nuova a dei generi che, prima di Weller, o non esistevano o non erano codificati. Alla voce “cantautorato” il Modfather ha aggiunto la complessità del blue-eyed soul, l’energia dell’hard rock, l’impeto del punk, lo sperimentalismo elettronico, la delicatezza dell’acustico e la purezza delle protest songs.

Non è, quindi, un caso che Paul Weller coincida con la sottocultura mod. Il musicista inglese, fin dall’ondata revivalista dei tardi anni ’70, ha contribuito decisivamente a definire l’estetica e l’etica mod, diventando The Modfather: l’eleganza del vestiario, la smartness della Lambretta, l’apertura alla musica dal mondo e l’integrità intellettuale sono gli architravi di un artista che a compromessi non è sceso mai.

Se mod culture significa globalità, allora a essa è connaturata la dimensione intimamente politica delle sottoculture. Un compito a cui Weller, caparbio provocatore, non rinuncia, fino a diventare un “tafano” nell’orecchio dei movimenti nazionalisti, razzisti e sionisti che attraversano il Regno Unito. Insieme Roger Waters, Robert Del Naja dei Massive Attack e Bobby Gillespie dei Primal Scream, Paul Weller è legato alla causa della liberazione palestinese portata avanti da un folto gruppo di artisti britannici. L’anguria, simbolo della resistenza palestinese all’occupazione israeliana e al genocidio, è addirittura finita sul merchandising ufficiale per una raccolta fondi destinata alla popolazione di Gaza.

L’ex Jam è stato capofila degli eventi Gig for Gaza nel 2024, Sumud a Liverpool e Artists for Gaza, replicato il 27 settembre scorso alla Scala di King’s Cross a Londra, e che ha visto la partecipazione anche di Suggs dei Madness, Jerry Dammers degli Specials, Paul Simonon ex bassista dei Clash, Lisa Moorish e altri big. Un evento che ha raccolto 142mila sterline da donare a Health Workers for Palestine, organizzazione impegnata a ricostruire le strutture sanitarie di Gaza, distrutte da Israele con il resto della Striscia.

Non un fatto nuovo per il musicista inglese, capace di cambiarsi senza mai cambiare mai. Weller negli anni ’70 aveva connotato i Jam di rivendicazioni di classe, un decennio dopo aveva appoggiato gli scioperi dei minatori contro il governo ultra-liberista di Margareth Thatcher, fino ad animare il collettivo socialista Red Wedge e a prendere posizione contro il nuovo Partito Laburista di Keir Starmer. Una carriera e un’integrità che lo hanno reso un vate delle sottoculture e un esempio ineguagliato, a maggior ragione nell’epoca degli Ed Sheeran e del “non prendere posizione”. In attesa di rivederlo in Italia, lunga vita a Paul Weller.