The Age of Everything, il capolavoro della consacrazione di Johnny Marr

Con il quinto album solista Johnny Marr raggiunge la definitiva maturità artistica. Gli Smiths ormai non sono più un fantasma, ma solo un’eredità da valorizzare e sublimare
7 Ottobre 2026

Il 31 ottobre prossimo saranno 63 anni per Johnny Marr, a cui l’età e la brillantissima carriera hanno suggerito di mettere il definitivo passo verso la consacrazione. E così è stato, giusto per fugare ogni residuo dubbio sulla grandezza artistica del chitarrista e compositore ex Smiths. Il 2 ottobre 2026 Marr è uscito con The Age of Everything, quinto album solista pubblicato da BMG, che mette a terra la pietra angolare del percorso musicale dell’artista di Manchester.

Dieci tracce per un totale di 43 minuti, in cui Marr mette in fila tutti i pezzi da 90 di un campionario creativo che ha “solo” tanto ancora da regalare, e nulla più da dimostrare. Il fantasma degli Smiths ormai è alle spalle, così come l’ansia di vivere all’ombra di Morrissey, che nell’eterna diatriba con l’ex compagno di avventure ha finito per perdere tutto, a cominciare dall’integrità artistica e intellettuale.

Il Johnny Marr che ha scritto, inciso e consegnato agli ascoltatori questo The Age of Everything è finalmente libero da fardelli e zavorre, come già avevamo intuito durante il tour estivo in Europa, con sei date in Italia. L’eredità degli Smiths c’è, e ci mancherebbe altro; chi ha fatto la storia della musica indie con la band di Manchester non può semplicemente dimenticarsene. Eppure, adesso la differenza è che il peso di dover sempre essere all’altezza del nome e del “culto” smithiano semplicemente non c’è più. Al suo posto, invece, c’è la matura consapevolezza di aver raggiunto il podio della musica britannica, che gli Smiths sono tanto di Morrissey quanto suoi, e sono soprattutto di chi in quell’arte ha creduto e continua a credere.

Ecco, quindi, che il testamento della vecchia band viene riaperto in brani come Fire with Fire e It’s Time, ma non come un vuoto omaggio al passato di gloria; piuttosto, il musicista inglese raccoglie il testimone da sé stesso per portarlo in una nuova dimensione, che è quella di Johnny Marr senza compromessi o ripensamenti.

Ne viene fuori un disco che non ha momenti morti, che rimane sempre sullo stesso alto livello dall’inizio, con il singolo Spin che fa da overture, fino alla fine, con l’ipnotico fascino psichedelico di All in a Life. In questo nuovo lavoro c’è un po’ la summa di tutta l’opera di Johnny Marr, portata allo stadio successivo. Le dita si muovono leggere ma decise sulla sua Fender Jaguar, per creare quelle tessiture armoniche – fatte di riff iconici e arpeggi avvolgenti – che sono il tessuto armonico con cui Marr cuce un suono difficile da eguagliare e impossibile da incasellare nelle rigide definizioni dei generi musicali.

Il chitarrista e compositore inglese non ha timore di sperimentare, di guardare oltre: l’armonia orientaleggiante di Beyond the Rain fa il paio con il funk appena accennato di Ophelia, uno dei singoli ascoltati in anteprima dal vivo durante il tour estivo, le atmosfere più incalzanti di How Come e That Felling si reggono sulla perfetta compenetrazione tra il “chitarrismo totale” di Marr e l’incedere della sezione ritmica basso-batteria. Per un attimo, sembra quasi di vedere ricomposto il trio con Mike Joyce e il compianto Andy Rourke, compagni di viaggio negli anni ’80 con gli Smiths.

La genialità di Johnny Marr, fin dagli esordi, risiede nell’aver trovato un compromesso al rialzo tra il virtuosismo della sua chitarra e l’esigenza tutta pop di comporre canzoni che arrivino al cuore, prima che alla testa. Così, dunque, svanisce l’ansia di inseguire un passato cristallizzato, per far spazio all’esigenza di creare qualcosa di nuovo e più autentico, come la godibile ballata romantica In and Out of Love, o l’incedere un po’ new wave di Just Once More.

Johnny Marr continua il suo viaggio alla ricerca di un suono raffinato e incisivo, che ha influenzato intere generazioni di musicisti dentro e fuori il Regno Unito. E lo fa con un disco che si propone di diritto tra le migliori uscite dell’anno, ma soprattutto come il lavoro più convincente di una carriera senza eguali.