SST Records: i 60 anni della controversa creatura di Greg Ginn

Nata come attività individuale di ricambi e riconversione di vecchie radio militari e trasformata nel giro di 20 anni in una delle etichette punk e underground più influenti. La SST Records – creata da Greg Ginn, chitarrista e fondatore dei Black Flag – è l'esempio calzante di come possa essere difficile e controverso cercare di restare coerenti all'interno del realismo capitalista
2 Ottobre 2026

Negli anni ’60, Long Beach in California è molto lontana dall’immagine patinata delle vicine Malibù e Venice. È una zona portuale che presenta una doppia faccia quasi grottesca. Nella zona circolano residuati bellici e soldati in congedo. Accanto a jazz club malfamati, bar per marinai, centri scommesse, prostituzione, segregazione razziale e una situazione abitativa al limite della decenza sorgono resort di lusso per anziani e attrazioni turistiche, dando vita a uno scenario a tratti grottesco.

Grazie alla presenza del porto e di attrezzatura bellica abbandonata è facilissimo accaparrarsi vecchie strumentazioni radiofoniche militari. È qui, nel 1966, un giovane ragazzino di appena 12 anni con la passione per l’elettronica e la tecnologia mette in piedi una piccola attività personale nel garage di casa sua. Nasce così la Solid State Tuners (in seguito Solid State Transmitters) e il ragazzino, Greg Ginn, comincia a farsi un nome sul territorio vendendo per posta le sue creazioni.

Passano 10 anni e Ginn – assieme all’amico Keith Morris, successivamente membro dei Circle Jerks e degli OFF! – fonda i Panic, che si trasformeranno presto in una delle band più iconiche della storia, note per il riconoscibilissimo logo con le quattro bande nere a formare una bandiera e per il sound che fonde al punk, sonorità più sporche e pesanti e riff di sabbathiana memoria: i Black Flag, un gruppo che ebbe enorme influenza su moltissimi progetti e generi legati all’hardcore punk e all’underground statunitense degli anni a venire,.

Se la storia della SST Records, come vedremo, sarà estremamente controversa, quella dei Black Flag non è da meno. Dalle numerose defezioni – spiccano su tutte proprio quella di Keith Morris e di Henry Rollins – ai continui cambi di formazione, fino agli incolmabili dissidi sui diritti discografici e di utilizzo del nome del gruppo, i Black Flag avranno, e hanno tutt’ora, una storia estremamente travagliata.

Nel giugno 1979, i due fondatori della band assieme al bassista Chuck Dukowski stanno per dare alle stampe il loro primo EP con l’etichetta Bomp! ma, a causa di continui ritardi nella pubblicazione, Greg Ginn decide di muoversi in prima persona. Così, con un budget di appena duemila dollari, viene alla luce il fortunatissimo Nervous Breakdown e la Solid State Transmitters si tramuta nella SST Records. «Quello che cerchiamo di fare è creare una situazione che apra la mente delle persone a qualcosa di nuovo», dichiara Greg in un’intervista pochi anni dopo.

Greg pensava che avere un’etichetta propria potesse permettere alla (e alle) band un’estrema libertà dalla censura e maggiori margini di agibilità, nel più classico spirito libertario e DIY del punk, libertà spesso preclusa a tanti altri progetti che rimangono invece impantanati nei vincoli delle major. Nonostante ciò, l’andamento dei concerti dei Black Flag – che terminano spesso in risse e violenza – e i testi delle loro canzoni mettono la SST sotto la sorveglianza speciale delle forze dell’ordine, dei comitati locali e dei canali di distribuzione purtroppo legati a case discografiche mainstream.

Nel 1980 viene pubblicato dalla SST il secondo titolo del catalogo, Paranoid Times, l’EP d’esordio di altri futuri giganti della scena, i Minutemen. L’anno successivo, forti della reputazione del loro progetto, i Black Flag decidono di pubblicare il loro primo disco, Damaged, grazie alla collaborazione con il distributore Unicorn Records, etichetta minore della più mainstream MCA. Ma proprio quest’ultima, a pochi giorni dall’uscita del disco, ne blocca la pubblicazione per contenuti diseducativi e da lì ne nasce un contenzioso legale che fermerà l’attività della band e della SST Records fino al 1983, anno in cui la Unicorn fallisce.

Gli anni ’80 rappresentano la consacrazione dell’etichetta grazie alla produzione e pubblicazione di alcune opere miliari dell’alternative, del punk hardcore, del grunge e dell’heavy psych. Nella scuderia entrano a fare parte band del calibro di Dinosaur Jr., Sonic Youth, Hüsker Dü, Meat Puppets, Fatso Jetson, Descendents, Bad Brains, Across the River (ex Yawning Man), Soundgarden, Saint Vitus, Screaming Trees e Skin Yard. Insomma, in pochi anni l’etichetta diventa un punto di riferimento per le piccole case discografiche underground che stanno prendendo piede negli Stati Uniti come Sub Pop ed Epitaph.

Purtroppo però le cose non sono tutte rose e fiori: nel 1991 viene scoperchiato il vaso di Pandora. Esce per la SST l’EP U2 dei Negativland: un collage sonoro che campiona I Still Haven’t Found What I’m Looking For della band di Bono Vox, con degli outtake offensivi verso gli irlandesi del conduttore Casey Kasem, e mette in copertina la lettera U e il numero 2 con un font più grande di quello utilizzato per il nome della band. Island e Warner/Chappell ottengono un’ingiunzione, il disco viene ritirato e distrutto. Con decine di migliaia di dollari di danni, spese legali e copie mandate al macero, Ginn si rivolge proprio contro i Negativland: con una clausola contrattuale, chiede al gruppo un rimborso dei costi di produzione, causa inadempimento. I Negativland se ne vanno e poco dopo pubblicheranno il dossier The Letter U and the Numeral 2 / Fair Use. In un comunicato successivo alla pubblicazione, Ginn li definisce «paranoid upper-middle class malcontents».

Il caso non è un incidente isolato: è il momento in cui buona parte della stampa underground smette di incensare la Solid State come sacro santuario DIY e inizia a chiedere i conti. I Sonic Youth e i Dinosauri Jr., che avevano già lasciato l’etichetta, dichiarano di non aver mai visto un centesimo. I Meat Puppets, passati a una major, parlano di serie irregolarità e scorrettezze da parte di Ginn, che li querela per diffamazione.

Anche gli Hüsker Dü hanno abbandonato la nave e sono già passati in casa Warner. Henry Rollins, anni dopo, sosterrà di non aver ricevuto rendiconti né royalties per decenni. Ginn finisce per controllare personalmente i diritti su gran parte del repertorio. Quando i suoi distributori saltano, la SST resta con crediti da un milione e mezzo di dollari e con un magazzino gonfio: nel 1987 aveva sfornato più di ottanta titoli, «una quantità ridicola anche per una major», come scrive il giornalista musicale Michael Azerrad. Greg Ginn pubblica infatti veramente tutto ciò che gli capita in studio: jazz, spoken word, ambient, psych, metal, folk di protesta, spesso senza alcuna logica. Il declino dell’etichetta rappresenta per certi versi un’occasione: prima l’astro nascente dell’underground, la Sub Pop, e poi le major raccolgono i frutti del terreno che SST aveva arato.

Dagli anni ’90 in poi, le uscite nuove sono quasi solo side project o creature di Greg Ginn: Gone, Mojack, Confront James, Hor, Jambang, Taylor Texas Corrugators. Le band fuggite dalla SST, Sonic Youth, Meat Puppets, Soundgarden, Dinosaur Jr. e più tardi anche i Descendents riprendono possesso dei master a suon di cause o trattative. La controversia, a quel punto, non è più solo contabile. Ad alimentare il tutto ci sono le questioni legate ai Black Flag, che intanto nel 1986 si erano sciolti.

Nel 2013, Ginn porta in tribunale i Flag (Keith Morris, Dukowski, Cadena, Stevenson) e chiama in causa anche Henry Rollins, sostenendo di possedere i diritti sul nome e sul logo con le quattro barre, ideato dal fratello di Greg, Raymond Pettibon. Il giudice, tuttavia, nega l’ingiunzione verso i Flag. Sopravvivono due band, due tour, due versioni della stessa mitologica creatura. Il punk che doveva aprire la mente, come Ginn diceva all’inizio, diventa un marchio di fabbrica, un prodotto come un altro.

Dopo sessant’anni dalla nascita nel piccolo garage di Long Beach, la SST è ancora lì. Non è fallita, non è diventata una fondazione, ma non ha nemmeno provveduto a restituire la musica e i diritti su di essa a chi l’ha creata e suonata. Greg si è ritirato in Texas e, da anni, si rifiuta di concedere interviste.

L’etichetta è diventata l’oggetto perfetto del realismo capitalista applicato al DIY. Ha dimostrato che si poteva far da sé e creare qualcosa di grande. Purtroppo, ha anche dimostrato che, una volta che quel far da sé genera valore, dischi, tour e influenza, gli interessi economici e una certa avidità prendono il sopravvento. La creatura di Greg Ginn non è controversa perché punk, è controversa perché anche il punk, all’interno delle logiche del mercato, interiorizza quest’ultimo, lo accelera, scivola nel tornaconto privato e poi chiede gli interessi.


foto credit immagine di copertina: Erica Echenberg/Redferns.