Fuori posto e nel posto giusto: l’elettronica degli Ear

In uno strano limbo tra underground e mainstream, gli Ear sono una delle realtà della scena elettronica più seguite del momento. La loro musica è un fenomeno, un'ambigua tensione tra quiete ed euforia che sta facendo ballare una generazione
5 Ottobre 2026

L’ultimo successo degli Ear è l’utilizzo da parte di Apple della loro traccia Threads nel video promozionale del nuovo smartphone dell’azienda. Qualche mese fa invece li vediamo firmare per A24, la famosa casa di produzione cinematografica appena affacciatasi nel mondo della musica con la label A24 Music. A quanto pare piacciono a tutti. Ma perché? Cosa sta portando l’opinione comune a vedere in questo duo emergente una delle realtà elettroniche più importanti del momento?

L’East 34th St Heliport di New York, la First Unitarian Church a Philadelphia o la East End United Church di Toronto sono alcune delle location in cui gli Ear fanno – o hanno fatto – suonare i brani tratti dal loro ultimo album nel tour attualmente in corso. In questo viaggio lungo il Nord America, la band sta facendo tappa in location piuttosto insolite, che si discostano dalla classica venue in cui, molto più facilmente, si potrebbe immaginare echeggiare dalle casse la musica di Jonah Paz e Yaelle Avton. Una location insolita era anche il MoMA Ps1 di New York qualche mese fa, in cui, però, come testimoniano diversi video online, un singolo come Nerves è riuscito a far ballare tutto il complesso, conquistando le pareti e le casse toraciche di una folla enorme.

Ma i concerti con un’ambientazione particolare hanno sempre avuto un quid in più perché diventano un’esperienza da riscoprire con un’altra grammatica, con un altro alfabeto e linguaggio: sono eccitanti, come, d’altronde, lo è la musica degli Ear. Si è parlato di Nerves ma, in generale, la loro intera discografia è un’esplosione silenziosa, un urlo introverso dove beat e distorsioni sono minimali ma cardinali, ipnotizzano l’ascoltatore con un ritmo che l’energia la crea dalla quiete e la danza la fa scaturire dal raccoglimento. Il risultato è che in questi concerti si assiste a mosh pit o a gente che fa crowd surfing mentre ai microfoni ci sono due ventenni che, a testa in giù e con le mani sulle aste, scuotono i capelli e il corpo in maniera totalmente astratta, come se fossero isolati dal mondo, posseduti dalla musica, fuori posto e, contemporaneamente, nel posto giusto. Parte integrante del loro appeal sta proprio in come riescono a costruire un sound che, a te, ascoltatore, lascia una scelta: la contemplazione o l’avventura.

Un concetto che diventa ancora più calzante con il loro ultimo album: Rumspringa, termine che richiama quel rito di passaggio compiuto da alcune comunità Amish in cui, a 16 anni, ogni giovane può sperimentare i modi di vivere della società moderna per un determinato periodo di tempo. Aal termine di tale finestra si dovrà decidere se abbandonare o restare nella comunità.

Sostanzialmente è lecito osare, è lecito rompere le regole, è lecito andare a un concerto degli Ear e ballare fino alla follia, è lecito suonare al MoMA o in qualunque altro posto; d’altronde, a livello strettamente più semantico, rumspringa vuol dire “correre in giro”. E nel comunicare tutto ciò gli Ear si inseriscono nella contemporaneità intercettando da una parte lo zeitgeist musicale di questi anni ‘2020 – che sembra avere per il laptop twee, il lo-fi e la cloud music un occhio di riguardo –, dall’altra quello più socioculturale, che ci vuole completamente immersi nell’era del digitale e dei social. Lo si vede dalla loro pagina Instagram, che sembra quasi un blog, o dal loro canale YouTube, in cui il video ufficiale di Real Life non è altro che uno screen recording di videochiamate di persone che ballano sulle note della canzone.

Paz e Avtan sono prima di tutto degli anti-divi, di loro non si sa quasi nulla se non che, come hanno raccontato in diverse interviste (vedasi quella rilasciata a Eli Enis nel suo blog Chasing Fridays), hanno iniziato a fare musica praticamente da conoscenti. Sono stati portati a legare un po’ con la forza quando il loro progetto è iniziato a diventare qualcosa di concreto, portandoli a suonare sino in Europa. Perciò stupisce come Nerves avesse già dentro di sé una visione chiara, così solida. O forse no. Forse la formula segreta per creare un sound così specifico è proprio l’ambiguità, l’imbarazzo, navigare in queste sensazioni avendo come unica bussola una sensibilità, una fede comune che, senza troppi fronzoli, ha bisogno di prendere forma.