Off the Record, l’intramontabile leggerezza power pop dei Radio Days

I Radio Days tornano con Off the Record, il quinto album pubblicato per Ammonia Records e Wild Honey Records. Un disco che mette al centro le melodie, i ritornelli e la spensieratezza di fare musica senza l’ossessione di cercare l’originalità a tutti i costi
6 Settembre 2026

Esiste, da qualche tempo a questa parte, una strana convinzione negli ambienti della musica contemporanea, vale a dire quella per cui un prodotto per essere “buono” debba cercare a tutti i costi l’originalità. Una convinzione, o piuttosto un’ossessione, nata e cresciuta nel liquido amniotico dei talent e negli alambicchi di un’industria musicale sempre più artificiale, come l’intelligenza a cui chiede stoltamente aiuto per tenersi a galla. Bene, fortuna vuole che non tutti la pensino così. È il caso dei Radio Days, usciti il 4 settembre scorso con Off the Record, il loro quinto album pubblicato per Wild Honey Records e Ammonia Records, che si è occupata della distribuzione sulle piattaforme digitali.

La ricetta del quartetto lombardo è semplice, ma efficace: invece di ricercare la novità anche lì dove non se ne avverte l’esigenza, i Radio Days preferiscono prendere l’esistente e padroneggiarlo alla loro maniera, con l’attitudine e la personalità che negli ultimi decenni li ha portati su più di 300 palchi in giro per l’Europa, fino ad aprire per i Green Day nel 2022 a Firenze. Ecco, quindi, che la band pavese continua a cucirsi addosso un elegante abito confezionato con gli stilemi di un power pop classico e intramontabile, come il suono 60’s e 70’s di cui sono gli esponenti più apprezzati in Italia da oltre vent’anni.

E, naturalmente, il nuovo disco non fa eccezione; anzi si impone come il lavoro della definitiva maturità, la pietra angolare di una longeva carriera. Off the Record è una sorta di “breviario” in cui sono sintetizzati e portati a compimento i riferimenti di un genere ampio come il power pop, con tanta storia alle spalle, e in cui non è neanche così facile riuscire a distinguersi senza finire sul tavolo degli oggetti smarriti. I Radio Days mescolano con sensibilità, gusto e lungimiranza le influenze che provengono dai vari Elvis Costello, The Records, Nick Lowe, Buzzcocks, Weezer e Undertones, portandole in una dimensione propria e subito riconoscibile, già ampiamente collaudata con i precedenti quattro lavori su lunga distanza.

In un’epoca, la nostra, in cui domina “l’effetto wow”, in cui la cornice conta e costa più del quadro, a sorprendere è l’intenzione della band lombarda di rimettere al centro le melodie sincere, i ritornelli canterini, i riff senza effetti speciali e l’intramontabile voglia di scrivere delle belle canzoni, d’amore e di altre vicende. In una parola: la musica, quella che si suona con gli strumenti e che si compone con il cuore. Niente di più, niente di meno.

Un buon proposito già annunciato con i singoli scelti per anticipare l’album: in Another Lonely Night, I’ve Got a Song, One Heart One Love, Flying High e I Won’t Give Up si percepisce nitido il desiderio di mantenere viva una tradizione pop che ininterrottamente va avanti da oltre sei decenni. Nota di merito, inoltre, per Leave This Town, nella cui intro risuona una notevole citazione del riff di Substitute degli Who, e She’s My Girl, da cantare con gli occhi chiusi sia in un club sia a bordo piscina.

Un disco rapido, questo Off the Record dei Radio Days: un totale di 26 minuti per i dieci brani composti da Dario Persi, Paco Orsi e Mattia Beretta, mixati e prodotti da Bruno Barcella, il cui scopo e ragion d’essere è suonare come coinvolgenti canzoni pop, che dicano tutto quello che c’è da dire nello spazio – breve e intenso – di tre minuti.