Dalla baita al palco: le parole e la musica di Nico Arezzo

Al Circolo Magnolia di Milano, Nico Arezzo racconta il suo ultimo album "Non c’è fretta", la gavetta e la scena musicale del Sud, prima di trasformare quelle parole in un live caldo, libero e riconoscibile

Foto di: Alice Brizzi

20 Luglio 2026

Il 16 luglio, al Circolo Magnolia di Milano, ad accoglierci ci sono zanzare e un caldo disumano. Sono circa le ore 19:00, il concerto inizierà alle 21:30 e abbiamo ancora un po’ di tempo per intervistare Nico Arezzo e chiacchierare con la sua band. Il Minchia che tour caldo sta attraversando l’Italia a ritmo serrato e l’occasione è perfetta per farci raccontare il modo in cui ha costruito questo nuovo live dopo l’uscita di Non c’è fretta, il suo ultimo album, pubblicato all’inizio dell’anno.

Ci sediamo quindi sulle panchine del Magnolia e partiamo proprio dalla Calabria, più precisamente dalla Sila, un territorio che conosco bene e che ha avuto un ruolo importante nella scrittura dell’ultimo album di Nico Arezzo. Il suo racconto comincia così:

Ero completamente solo, in mezzo alla natura. C’era una vecchietta con me, ma per il resto non c’era nessuno. È stato bello intenso, perché alla fine stare soli dieci giorni, senza nulla, ti esaspera le emozioni. Hai quella cosa assurda: la tristezza è distruttiva, la felicità è atomica. Quindi devi riuscire a gestirle. Però è stata un’esperienza meravigliosa. Ci sono tornato anche senza dover scrivere, senza fretta e senza nessun obiettivo.

Sarà bello vedere tutto questo dal vivo. Quello che mi incuriosisce, però, è soprattutto il percorso che ti ha portato fin qui: sei partito dalla gavetta, hai aperto i concerti di artisti di culto della musica italiana e oggi sei riuscito a costruire un pubblico che viene per sentire la tua musica. Qual è la differenza principale? Cosa cambia, sul palco, quando devi conquistare un pubblico che magari non ti conosce rispetto a quando sei tu a guidare interamente lo spettacolo?

Le aperture sono arrivate dopo un periodo di gavetta e un primo contatto con il pubblico. In realtà è super interessante, perché diventa un bel gioco. Tu sai che le persone non sono lì per te, ma per qualcun altro, e spesso ti trovi davanti platee molto diverse.
Con Carmen Consoli ho fatto i teatri; con Laura Pausini o Daniele Silvestri ho fatto anfiteatri enormi; con Marco Castello, un altro contesto ancora. Sono tutti luoghi e pubblici diversi. È interessante perché devi capire dove sei, cosa stai facendo e chi hai davanti. Devi capire come raccontare le tue storie. Con mio padre ho fatto anche la qualsiasi: dai circoli di vecchietti alle robe giganti. Vedevo come cambiava il modo di gestire la scaletta, che magari era sempre la stessa, oppure di introdurre i pezzi in base a chi aveva davanti. Questo probabilmente mi è stato molto utile, perché poi ti rendi conto che, dovunque tu vada, devi cambiare.

Tra le canzoni dell’ultimo album, qual è quella che dal vivo ti ha sorpreso di più, magari perché l’avevi concepita in un modo e hai scoperto che sul palco assume una forma diversa? E qual è, invece, quella che ti rende più fiero ogni volta che la suoni?

Ti dico, la maggior parte dei pezzi dal vivo prende atmosfere diverse. È la meraviglia di essere in una band, di avere con te ragazzi e ragazze che, nel privato, fanno cose diverse: chiaramente c’è contaminazione.
Credo che ‘u pisci spada, che non è un mio pezzo, con l’arrangiamento del disco e soprattutto dal vivo mi dia una botta e una potenza finale che mi piacciono molto. È un momento di sfogo totale.

A proposito di questa contaminazione di suoni: mi hai raccontato di avere realizzato l’album praticamente da solo in dieci giorni. Negli arrangiamenti dei tuoi ultimi brani ci sono diversi cambi di ritmo e di groove. Penso a da dio, con quel finale accelerato di batteria e chitarra, ma anche a manifestami, che cambia molto. Hai concepito tu questi passaggi e poi li hai trasferiti alla band oppure sono nati successivamente, suonando insieme?

In chiave live diventano un interessante lavoro di allestimento, però tutto ciò che c’è nel disco è semplicemente il mio modo di raccontare le cose che voglio raccontare.
Di fondo, dopo un minuto e mezzo o due di brano mi rompo la minchia, mi annoio e voglio qualcosa che mi stuzzichi. Da lì, probabilmente, nascono le variazioni che senti. Mi piace sperimentare. Mi piace quando in un brano c’è un’idea appena accennata che poi diventa qualcos’altro. È una cosa che faccio spesso.

Infatti, guardando i tuoi concerti, ma anche quello che pubblichi sui social e su YouTube, si vede che ti diverti a giocare con sonorità elettroniche, acustiche e orchestrali. In futuro pensi di proseguire lungo il filone con cui hai conquistato il tuo pubblico oppure, viste tutte queste sfumature, di buttarti in progetti sempre nuovi?

Non so risponderti. Mi diverte il funky e tutto ciò che sto facendo, ma in futuro arriverà anche un’idea elettronica. Dopo due album e diversi tour voglio fermarmi, ricominciare a sperimentare e capire. 
Secondo me resterà sempre questa libertà. Mi sono svegliato un giorno e volevo fare un album di chitarra classica e voce, fine. Potrei svegliarmi un altro giorno e voler fare una roba tutta elettronica. Probabilmente il risultato sarà sempre un insieme di cose, perché è quello che mi diverte fare.

Riprendendo alcuni concetti dell’album, in Terapia d’urlo racconti, anche con ironia, la condizione delle band emergenti, il meccanismo degli eventi, la gavetta e il suonare spesso senza cachet. Tu fai parte di una scena siciliana di cui si parla sempre di più, insieme ad artisti come Marco Castello, Anna Castiglia – che ha suonato anche con te – e molti altri.

Da calabrese e dopo aver trascorso parecchio tempo in Sicilia, ho notato quanto nei locali sia ancora forte la presenza di cover band e tribute band, mentre la musica originale fatica a trovare spazio. Voi, invece, partendo dalla gavetta, siete riusciti gradualmente a imporvi. Qual è stata la formula? È cambiato qualcosa nel pubblico e nella scena oppure siete riusciti a disinnescare alcuni meccanismi che normalmente penalizzano chi propone musica originale?

È un pensiero interessante. Da un lato mi reputo fortunato, perché mi guardo intorno e vedo tantissimi artisti emergenti incredibilmente forti che non hanno spazio. In Terapia d’urlo sono ironico. Spesso nascondo dietro l’ironia qualcosa di più potente.
Credo che sia cambiato qualcosa a livello generale. Le persone, gli ascoltatori, chi va ai concerti, si sono un po’ rotti i coglioni della musica tutta uguale, di plastica, che non fa arrivare niente. A volte vado a concerti bellissimi, però mi chiedo: «Cazzo, uscirò da qui dicendo che mi ha distrutto? C’è qualcosa che mi ha preso e mi ha stropicciato?». Credo che le persone si siano accorte di questa cosa, che si siano un po’ stancate di tutto ciò che è uguale e stiano andando alla ricerca di qualcosa di sincero.

Mi hai fatto l’esempio di Crotone e della Calabria. Io penso che in alcuni contesti la cover band andrà sempre. Però poi in Calabria sono usciti gli Amore Audio: come si spiegano gli Amore Audio? Vai a un loro concerto e quella cosa ti piace da impazzire. Ci sono anche tantissimi nuovi eventi, associazioni e realtà emergenti create da ragazzi che vogliono spingere la musica al Sud. Secondo me si sta muovendo qualcosa. Probabilmente è qualcosa che non riesce ancora a diventare davvero grande, perché poi ti scontri con le realtà comunali. Infatti il mio pezzo finisce proprio lì: quando ti portano la tribute band di Rino Gaetano, quella porterà un inferno di gente e probabilmente ci vai pure tu.
È chiaro che il problema è l’investimento: è quello che serve per far uscire le cose belle. Continuerà questo disastro, ma la cosa bella è rendersi conto che, poco a poco, le cose stanno cambiando.

A proposito dei concerti: prima hai detto che sono pochi quelli da cui esci pensando «Cazzo, mi hanno scombussolato». C’è qualche esibizione recente che ti ha colpito particolarmente? Oppure un concerto che ti ha fatto pensare: «Vorrei che il mio pubblico uscisse da un mio spettacolo con questa sensazione»?

Ora sono amico di Marco Castello e sono contento di aprire per lui. Sembra una paraculata, ma non lo è, perché ti rendi conto che lì c’è proprio una grande scuola, ci sono arrangiamenti belli, ci sono tante cose. Poi vai nel piccolo, in un localino di Bologna, e scopri Laurino, che è presente anche nell’album. Io impazzisco per lui: si meriterebbe un inferno di gente. Non devi per forza andare al concertazzo; queste cose puoi trovarle anche accanto a te.
La parte più bella di questi progetti che crescono e stanno conquistando spazio è proprio il pubblico. Succede anche a me che le persone vengono al merch e iniziano a raccontarti la loro storia: è uno spettacolo. Faccio una battuta e il pubblico mi risponde a tono; inizio a parlare dal palco e succede qualcosa.

A un concerto di Marco Castello ti rendi subito conto che potresti anche non parlare e non fare niente, perché le persone sono coinvolte. Anche con me sta succedendo questa cosa e sono veramente contentissimo, perché ciò che il pubblico ti restituisce è quello che speri arrivi da quello che hai fatto da solo, in una baituzza di minchia.

Hai lavorato dietro il palco come fonico e hai fatto un po’ di tutto nell’ambiente dei concerti. C’è qualcosa di quell’esperienza che ti porti ancora dietro e a cui presti particolare attenzione? E c’è qualcosa che, a livello di produzione o di spazio sul palco, vorresti fare ma non hai ancora avuto modo di realizzare, anche se hai già iniziato a fantasticarci?

Certo. Ti dico subito due cose. La prima è una minchiata, perché è un mio problema di testa: l’ordine dei cavi. Nasco proprio come raccoglitore di cavi. Ero troppo piccolo per fare qualsiasi cosa, ma volevo fare, e allora mi dissero: «Appena finiscono i concerti, raccogli i cavi». Mi spiegarono come farlo e adesso sono attentissimo a questa cosa.
L’altra cosa che mi piacerebbe da morire è avere più elementi sul palco. Non perché quelli che ho adesso non bastino, ma perché più elementi ti aprono dei mondi: puoi iniziare a fare cose veramente sperimentali e avere più potenza. In questo momento, per questioni di tour e di spostamenti, non è semplice, ma spero che prima o poi arrivi.

Ultimissima domanda, visto il titolo del tuo ultimo album, qual è la cosa che oggi non hai più fretta di dimostrare?

Bellissima. Ti posso dire che non ho più fretta di ricercare il vestito giusto per le mie cose, ed è qualcosa che mi fa stare di un bene inaudito.
Non ho più bisogno di ricercare l’originalità, perché c’è già una falla in questa frase: se vai alla ricerca di qualcosa che può funzionare, di base non sarai mai tu e non sarai mai originale.
Adesso non ho più fretta di cercare inquadrature precise. Ho voglia di scrivere: scrivo e butto fuori. Non ho interesse a limare e aggiustare per forza; mi piace farlo soltanto nell’ottica di una libertà totale.
Ho iniziato a non avere fretta neanche di inseguire la creatività, perché so perfettamente che, quando non c’è, non c’è. Non puoi farci niente. Arriverà: non ho fretta di aspettarla.

Con queste parole ci salutiamo, per poi ritrovarci qualche ora più tardi sotto il palco. Ad aprire la serata è YOF, che presenta il suo secondo EP, Philia. Il sassofono e una batteria positivamente aggressiva spingono il suo R’n’B verso una dimensione fisica e frenetica, già identitaria nonostante la giovane età. 

Alle 21:30 arriva il momento di Nico Arezzo, accolto con calore dal pubblico del Magnolia. Si inizia subito forte, con brani che spaziano tra i due album. Teste di nicchia è la prima canzone ad abbattere la distanza dal pubblico. Nico Arezzo inizia a dialogare con le persone e a renderle partecipi, proprio come ci aveva anticipato. L’artista aveva gli occhi che brillavano quando parlava del suo pubblico e, nel corso della serata, abbiamo capito il motivo. Le persone diventano parte attiva del concerto. Lui lo sa e sfrutta perfettamente questa relazione, alternando dialoghi, balletti e momenti in cui affida alla platea cori e ritornelli.

«Quando ho scritto questo album ero solo in una baita in Sila: la tristezza era tristezza profonda e la felicità era felicità vera. Le emozioni si amplificano». Nico Arezzo ha ripetuto questa frase sia durante l’intervista sia durante il concerto ed è una sorta di manifesto, perché riflette precisamente il modo in cui è strutturato lo spettacolo.

Ci sono momenti di improvvisazione funky, altri in cui si balla: «Giratevi, ballate con chi avete vicino. Noi ci divertiamo sul palco e voi sotto». Il pubblico esegue diligentemente. Ci sono poi emozionanti parti acustiche, nelle quali viene dato maggiore peso alle parole, con un accompagnamento essenziale di chitarra o tastiere e voce. Sfortunatamente, i passaggi più intimi sono disturbati, a tratti, dalla musica proveniente dal palco vicino.

Edoardo Vilella, alle tastiere, suona ballando e sostiene Nico Arezzo in un sodalizio musicale ormai consolidato. Ilaria “Boba” Ciampolini interpreta con eleganza le parti vocali delle collaborazioni con Anna Castiglia e Lauryyn, accompagnando inoltre il concerto con la voce e diversi strumenti. La sezione ritmica formata da Vincenzo Messina alla batteria e Davide Paulis al basso è capace di squagliare il funky in ogni altro genere musicale.

‘U pisci spada diventa effettivamente una piccola rappresentazione musicale: il racconto iniziale, l’introduzione a voce sola e il ritmo scandito dalle mani preparano il momento di esplosione finale. Vorrei mi offrissi la colazione – che la band ci aveva indicato come uno dei brani più belli da suonare – ha invece una base musicale nella quale vorresti perderti e dissociarti il più a lungo possibile. Il canto del pubblico, però, raggiunge il volume più alto della serata con Fossi nato gemelli e Terapia d’urlo

Dopo una breve pausa arriva quello che è forse il momento più intenso del concerto: Anche Eugenio piange. Tra tutte le canzoni dell’album è una di quelle di cui, all’ascolto, si rischia di sottovalutare l’intensità. Edoardo Vilella costruisce un suono cupo che si alterna all’arpeggio di Nico Arezzo. L’esplosione del ritornello, la conclusione potente della band e i cori di Boba ti tirano addosso l’intero spettro delle emozioni, fino a raggiungere un momento di catarsi in cui la musica si percepisce appieno, non soltanto con le orecchie.

«Devi capire come raccontare le tue storie» e «non ho più bisogno di ricercare l’originalità» sono le due frasi che continuano a risuonare dopo il concerto. Nico Arezzo ha trovato nella sua musica una risposta a entrambe, portando sul palco un progetto che non si limita a riprodurre le canzoni del disco, ma le espande fino a costruirsi una propria identità dal vivo.

Proprio perché non insegue l’originalità come un obiettivo, il progetto diventa riconoscibile. Il suo modo di raccontare diventa il nostro modo di ascoltare e le sue storie arrivano con tutte le sfumature necessarie, dalla tristezza distruttiva alla felicità atomica. È lì che trovano la loro forza.