Avevamo lasciato Caparezza, ritroviamo Michele. Quello che si è presentato sul palco del Flowers Festival di Collegno è un essere umano risoluto, in pace con se stesso, onesto, scevro da ogni logica performativa, al di sopra di qualsiasi algoritmo, assolutamente consapevole del suo ruolo nel mondo. Meravigliosamente fragile. Soprattutto libero.
Perché la libertà è la condizione più alta, quella alla quale ogni essere umano vorrebbe e dovrebbe ambire, è «la possibilità del dubbio, dell’errore, della ricerca, della critica, del dire di no a un’autorità, a un’ipotesi, a un dogma», per dirla alla Bobbio. Dubbio, errore, ricerca, critica: ve li ricordate? Ci interroghiamo ancora? Approfondiamo ancora qualcosa con il nostro cervello senza strumenti terzi? Autorità, dogmi: eccoci, presenti! Non ne siamo mai sazi.
Nelle due ore in cui ci tiene compagnia per il live tour di Orbit Orbit, Caparezza ci racconta come abbia conquistato questa condizione di uomo – e conseguentemente artista – libero, al termine di un lungo e tortuoso percorso interiore, in cui ha dovuto affrontare le complesse prove che la vita presenta a tutti, senza sconti, senza differenze di sorta. Per farlo, ha ricreato e messo in scena un nuovo pianeta, il pianeta delle idee, l’ambita meta finale. Correggo il verbo: lo ha immaginato.
L’immaginazione è il tema centrale e determinante dell’intero spettacolo. «È l’unica vera arma di libertà che nessuno potrà mai toglierci». In qualsiasi luogo, in qualsiasi condizione, anche nella segregazione, nella costrizione fisica o psicologica, tutti hanno il potere dell’immaginazione, tutti possono evadere dalla realtà per raggiungere un pianeta migliore, vivace, sereno, magari dominato da un grande vulcano che continua a eruttare continuamente: il vulcano delle idee.
Un vulcano che nella testa di Michele Salvemini è rimasto spento per molto tempo e la possibilità che non si riattivasse più c’è stata eccome, complici anche i noti problemi che hanno colpito l’udito dell’artista: prima l’acufene, poi ipoacusia, una combo micidiale per chi vive e ha sempre vissuto di musica. Poi, però, ecco la scintilla, scatenata da una proposta dell’illustratore Simone Bianchi, toscano di Lucca – where else? – e già collaboratore DC Comics e Marvel, che gli propose di disegnare una variant cover di Exuvia e dei pop-up che illustrassero i brani. Una breccia, un pensiero stupendo e il magma che torna a ribollire.
Così nasce l’idea di Orbit Orbit, che prima di diventare un disco è una storia illustrata di 250 pagine. Stavolta non si riparte dalla musica, ma dal fumetto, il suo primo amico, il suo inseparabile compagno di vita, àncora di salvezza e strumento di evasione: «Sono cresciuto con i Puffi, che all’epoca, a fine anni ’70, erano il vero underground». Non a caso, il momento di A comic book saved my life è uno dei più toccanti dello spettacolo, con la scenografia che ricrea un reparto ospedaliero, Caparezza in scena con pantaloni e magliettina bianca da paziente, coristi e corpo di ballo in verdi vesti da infermieri.
L’immaginazione, però, ha anche un suo lato oscuro, quando si mescola e si confonde con la realtà e diventa delirio, che prende in ostaggio la mente in un vortice di insicurezze e percezioni mutevoli. È questo il momento perfetto per incastrare il dittico Gli occhi della mente («Io non posso accarezzarti, delirio / Sai cos’è più fragile del cristallo? / Ogni convinzione sul mio piedistallo / per me che seguo la ragione e rigo sempre dritto») e Mica Van Gogh, un’ode al delirio creativo, all’arteterapia, alla voglia di esprimersi, di mostrare la propria essenza, l’espressione sopra l’impressione.
Un delirio che si propaga e diventa collettivo quando, senza soluzione di continuità, arriva il momento di Io vengo dalla Luna, pretesto per salutare Diego Perrone, profeta in patria di serata, e mandare oltreoceano una stilettata ironica, prendendo spunto dalla vicenda del Voyager Golden Record.
«La NASA nel 1977 ha spedito in orbita due dischi d’oro per grammofono con le coordinate e alcuni suoni caratteristici della Terra. C’era anche inciso un discorso di Jimmy Carter, che si faceva portavoce di tutto il globo. Strano che un presidente USA si faccia portavoce del mondo, è proprio un vizietto che non si tolgono. Per fortuna non abbiamo spedito dischi in orbita di questi tempi…».
Se il fumetto ha salvato la vita a Michele, Caparezza prova a sdebitarsi come può, riservandogli una parte rilevante di serata, nel cuore del momento più intimo. Dopo una toccante Pathosfera, chitarra-voce con l’artista seduto a cantare (riflettere) su una roccia del nuovo pianeta, arriva Chinatown, una dichiarazione d’amore per il tratto, che sia scrittura o disegno, come in questa circostanza, in cui un’artista locale si esibisce live nella realizzazione di un’opera visiva, che conclude nel momento esatto in cui la band termina l’esecuzione del brano. L’opera, come tutte quelle realizzate durante il tour, sarà donata a Emergency e verrà messa all’asta su CharityStars per finanziare cure mediche e sostenere le sue attività, in particolare quelle legate alla campagna R1PUD1A, iniziativa nata per sostenere l’importanza e il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione. Con l’appello “Io obietto la guerra”, la campagna promuove anche l’obiezione di coscienza preventiva e di massa al ritorno della leva militare.
In questa tappa, l’artista ospitata da Caparezza è stata l’illustratrice e fumettista torinese Lorena Canottiere, che nell’intervista sul palco ha svelato il progetto di voler ospitare a Torino due illustratori o illustratrici originari della Palestina, per consentire loro di studiare nelle nostre strutture e realizzare i propri sogni umani e professionali, perché «immagini e parole sono più potenti di qualsiasi oppressore».
Un pensiero alla causa palestinese Caparezza lo riserva anche in chiusura di serata, quando, introducendo Curiosity, ricorda la vicenda di Naji al-Ali, disegnatore palestinese sfollato in Libano dopo l’occupazione israeliana del 1948 e ucciso a Londra a 51 anni in circostanze eufemisticamente misteriose. Fu il creatore di Handala, un bambino di 10 anni ritratto sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena che è divenuto simbolo della speranza di riscatto di tutti gli oppressi, la cui figura campeggia sui muri delle città, nei libri o nei vessilli della Global Sumud Flotilla. Il suo sguardo è rivolto ai villaggi, al mondo intero e non si volgerà mai verso lo spettatore fino a quando il suo popolo non sarà davvero libero e potrà fare ritorno alla sua terra d’origine.
Dopo tanta riflessione, dopo svariate dichiarazioni d’amore all’arte, dopo i doverosi messaggi di impegno civile, il finale è di totale alleggerimento, un regalo di spensieratezza, un ringraziamento al pubblico che ha accolto con il consueto calore l’artista e ha empatizzato per le vicissitudini dell’uomo. Il vecchio Michele, il quasi cinquantatreenne nel pieno del suo «lento processo di putrefazione», lascia spazio al vecchio Caparezza grazie all’irriverente intervento di Magma Rana, un pupazzo color rosso fuoco che lo esorta a lasciare da parte tutte le lamentele, gli acciacchi, i sermoni e tornare ad essere quello di una volta, quello che tutti voglio vedere e sentire. Contro la volontà di Caparezza, Magma Rana fa salire sul palco i ballerini, uno per volta in ordine cronologico, perché ognuno di loro rappresenta un album del passato. Insieme, impongono al recalcitrante artista pugliese un vorticoso girotondo, mentre la band prende ad eseguire Fuori dal tunnel. Seguirà Jodellavitanonhocapitouncazzo e gran finale con Vieni a ballare in Puglia.
Diversamente da come accade solitamente nei concerti dei big, qui l’artista resta sul palco, visibilmente emozionato, sorridente, soddisfatto, in pace con se stesso, come abbiamo detto in apertura. Ringrazia e saluta pubblicamente tutte le persone che hanno permesso questo spettacolo e il tour, dalla prima all’ultima, autotrasportatori compresi, e tutta la sua band, composta da Alfredo Ferrero alla chitarra, Gaetano Camporeale alla tastiera, Giovanni Astorino al basso, Giancarlo GC De Trizio alla batteria, Antoné e Martyna Landriscina ai cori. Poi, lo straordinario commiato:
«Volevo lasciarvi con un messaggio di positività e con un invito. Il filosofo Karl Jaspers, esaminando la carriera di Van Gogh, ha evidenziato come la potenza della sua creatività fosse direttamente correlata alla volontà di reagire alla malattia, un po’ come fa l’ostrica quando crea la perla per proteggersi dagli agenti esterni. Ecco, io sono arrivato alla conclusione che anch’io sono una specie di ostrica sognatrice che cerca di rendere innocuo questo male che prova ad intaccare il mio guscio. So che tanti tra di voi amano i linguaggi creativi, ma spesso non riescono a esprimersi come vorrebbero. Ecco, a voi dico: dentro di voi c’è una perla! Quando non capite la realtà, quando vi sentite in difficoltà, dentro al vostro guscio c’è una perla: provateci, anche se sbagliate non importa, il fallimento fa parte del processo. Nel vostro guscio c’è una perla che vi salverà. Insomma, andate e perlificate!».























