Hån e la grammatica della separazione in Una Nuova Fine

Oscillare tra tenere la presa e lasciare andare, Una Nuova Fine di Hån intreccia malinconia e desiderio in un disco che sa essere allo stesso tempo leggero e lancinante, approdando nella riflessione sulla ricerca di un nostro personale "centro di gravità permanente"
7 Luglio 2026

Si torna e si scappa con Una Nuova Fine, ultimo album della cantautrice Hån (Giulia Fontana) uscito lo scorso venerdì per Undamento, con una produzione firmata Novecento. Un disco dove la perdita e il desiderio si mescolano a metafore e suoni variopinti che ci raccontano la sensazione di smarrimento che accompagna una chiusura, quando si oscilla tra il bisogno di contatto e l’evitamento, e di quello che rimane sottopelle alla fine di un legame.

Hån ci fa conoscere una nuova declinazione di semplicità dove a dominare è la fusione del suo dolcissimo cantato con un’elettronica che coglie tutti di sorpresa. Infatti, nonostante fin da subito le chitarre esplicitino la natura tutt’altro che canonica dell’album, le sezioni elettroniche sono in grado di stupire sia per il loro carattere imprevedibile sia per il modo in cui si inseriscono nel discorso musicale. Assorta e sognante, la musica di Hån si definisce smarcandosi dalle sue influenze e strizzando un po’ l’occhio al sound di Generic Animal, con il quale condivide nel disco il brano Un animale non sa piangere.

Una Nuova Fine è un disco fluttuante e a tratti frizzante, che fa ballare e venir voglia di correre veloce in mezzo agli alberi, rivolgendo l’attenzione non alla meta ma alla corsa in sé. In questo lavoro, Hån sembra ripercorrere le pagine di diario in cui ha racchiuso i suoi sentimenti più intimi mentre canta le ferite che ha nel cuore con garbata fermezza. Persino i pensieri più torbidi perdono di carica negativa grazie alla voce lenitiva della cantautrice e a una scelta dei suoni incantevole e meticolosa. La stessa voce delicata va considerata come parte integrante della composizione musicale, come suono per l’appunto, e non come elemento separato che si unisce alle melodie. La traccia Un cane per te è destinata a risuonare per ore nella testa di chiunque l’ascolti e Non mi odi per davvero è come un sogno ad occhi aperti, che ricorda quelle fresche ma nient’affatto casuali sonorità in stile Tapir! – e, di rimando, in stile Radiohead –, condite con efficaci scelte elettroniche.

Un animale non sa piangere, in featuring con Generic Animal, è un brano dal carattere sì mesto, ma anche carico di una forza lancinante che fa suonare l’intera traccia come una ruvida carezza sulla schiena. Sono complici quegli elementi già firma se non marchio di fabbrica di Generic Animal: il peculiare modo di suonare la chitarra elettrica e la ricorrenza di quegli accenni di suoni-rumori, incastri di note, che si collocano a metà tra il contrappunto e il tappeto sonoro.
Partecipano al disco anche Assurditè e Leanò in Se fossi un verme, brano in cui l’atmosfera contemplativa diventa trasognata grazie alla presenza del pianoforte, in perfetto contrasto con l’amarezza del testo («[…] Senza il mio corpo non sapresti più che farne di me […]»), che ci fa immergere nella testa di chi, nella separazione, resta.

Infine troviamo Rareș, sia alla composizione sia alla scrittura delle liriche nella traccia conclusiva del disco, L’erba, l’acqua, la famiglia. Così, Una Nuova Fine termina con la scoperta della consapevolezza e il desiderio di un cambiamento che per tutto l’album rimane latente e qui, finalmente, viene espresso in maniera più immediata. Le metafore – specie quelle sugli animali –, che costituiscono una delle strutture portanti della scrittura del disco, vengono qui messe da parte in modo tanto repentino da far sembrare questo brano a tratti “crudo”: non si vuole più scappare ma provare a ricercare un proprio “centro di gravità permanente”, conclusione perfetta per un disco che parla di abbandonarsi e di essere abbandonati.

In Una Nuova Fine emerge la stratificazione dei suoni attraverso un collage di chitarre elettriche, sax, batterie ed elettronica, capace di creare variazioni di tensione che sorprendono e convincono per la loro impavida energia. Viene così confermata la nuova direzione del cosiddetto indie italiano, ovvero una miscellanea di strumenti e suoni anche molto diversi tra loro – siamo tutti felici per la nuova preponderanza del sax, finalmente! –, che creano un corpo musicale costruito a più livelli e decisamente in grado di meravigliare.