Castle Park, la piccola gemma ritrovata di Graham Coxon

Graham Coxon esce con Castle Park, nono album solista pubblicato per Transgressive Records, ingiustamente lasciato nel cassetto per quattordici anni. Un viaggio nella tradizione brit con un musicista intellettuale a fare da Virgilio
21 Giugno 2026

Quattordici anni di attesa, in un cassetto di chissà quale scrivania, a prendere polvere. E poi, all’improvviso, a Graham Coxon è venuta la brillante idea di ritirare fuori queste dieci canzoni e dare vita a Castle Park, nono album della sua carriera solista uscito il 19 giugno scorso per Transgressive Records.

Sì, ok, lo stesso Coxon ha spiegato in maniera più o meno convincente il perché questa piccola gemma, registrata nel 2011 durante le sessioni di A+E, sia rimasta nascosta per tutto questo tempo: i numerosi impegni con i Blur, tra nuovi dischi e la gloriosa reunion del 2023, e poi la realizzazione di diverse colonne sonore, tra cui quella per l’apprezzata serie The end of the f*****g world, a cui ha prestato il suo genio. Però il chitarrista, compositore, mente dei Blur – insieme a Damon Albarn – avrebbe potuto ascoltare prima e meglio il suo stesso lavoro, così da convincersi ad anticipare un po’ i tempi.

Questo Castle Park, al netto di una copertina un po’ kitsch, consta di dieci tracce di puro indie-rock, in cui Coxon – impiegando appena 36 minuti – sale in cattedra e offre un utilissimo bignami di tutta la tradizione brit, nel cui liquido amniotico è stato allevato e di cui è finito per essere uno degli esponenti più apprezzati e riconosciuti, tanto da potersi permettere di diventare per l’ascoltatore quello che fu Virgilio per Dante.

Le prime tracce, tra cui Billy Says, Alright e When You Find Out, sono pregne zeppe di riferimenti ai monumenti della musica inglese e del suono anni ‘60: dai Kinks agli Small Faces, finendo naturalmente con Beatles e Who. Tutta roba che Coxon padroneggia con la destrezza del musicista intellettuale, di cui ha non solo il look con gli occhialetti da topo di biblioteca, ma soprattutto la sensibilità e la visione panoramica: le sue sono citazioni dotte ma mai di maniera, e questo è probabilmente uno dei compiti più difficili di cui un artista possa farsi carico.

Se Isn’t Funny e Easy sono classiche ballate che avrebbero potuto benissimo trovare spazio in uno qualsiasi degli album dei Blur, altrettanto interessante è il beat suadente e stralunato di There’s a Little House, impreziosita dalla presenza discreta e precisa di Lucy Parnell, e di Forget Today.

Quello di Graham Coxon, dicevamo, è un gusto colto e raffinato, che permette al musicista inglese di inserire nel suo disco anche la strumentale Mélodie pour Christine, traccia dagli evidenti rimandi classici e barocchi, accanto alla conclusiva All the Rage, ballad dal sapore beatlesiano mescolato alla profondità cantautorale di Nick Drake e al delirio psichedelico di Syd Barrett.

Insomma, poco più di mezz’ora in compagnia di questo chitarrista educato e scapigliato si conferma un viaggio nel Regno Unito più autentico, quello degli immensi prati verdi da solcare a piedi nudi e dei pub, allegri e malinconici al tempo stesso. Una piccola gemma probabilmente un po’ defilata rispetto agli altri lavori con i Blur e da solista, ma che comunque merita di finire sulla mensola sotto la voce “Graham Coxon“, un artista decadente e decisamente demodée, come tutte le sue molteplici sfumature.