Sembra pacifico constatare che il rap, oggi, sia divenuto – finalmente, anche in Italia – un linguaggio universale e trasversale. Capace sì di dialogare col pop e con la cultura ufficiale, attraendo sempre nuovi appassionati, ma anche di rivendicare con coraggio le sue origini di musica nata dalla rabbia, di una musica altra, che si pone come un’alternativa. Questo è possibile grazie anche (e soprattutto) all’apporto dei veterani di questo genere, che continuano a dare dimostrazioni di stile senza temere il confronto con le nuove generazioni.
La Cricca dei Balordi (CDB), alias Supa e Rido, prodotti da Dj Zeta e Bassi Maestro – la crew di Sano Business al completo –, torna con un nuovo album a quasi 25 anni di distanza dal disco d’esordio Musi, una perla dell’underground italiano, ristampato nel 2022. E lo fa con un disco che non concede spazio ai compromessi, né tantomeno ad aneliti nostalgici.
Supa e Rido, entrambi originari di Stresa, sono attivi nella scena italiana dalla metà degli anni 90. Fin dal loro primo demo, Fondazione Cracka, hanno manifestato una certa predilezione per il suono hardcore, ruvido, balordo. Tra le numerose collaborazioni messe a referto negli anni antecedenti al debutto discografico, la più iconica resta senz’altro Fuori per il cash, pezzo emblematico del loro stile prettamente “da live”. Negli anni, a parte le varie collaborazioni con Bassi e qualche sporadico singolo – tra i quali merita una menzione speciale Michael J., del 2015 – i Balordi avevano in sostanza fatto perdere le loro tracce.
Gli anni d’oro del pop-rap, della trap, del generale e abbastanza inquietante calderone musicale contemporaneo hanno di fatto ridotto l’orizzonte d’attesa del rap più “classico”, o percepito come tale. Il tempo, tuttavia, cauterizza ogni ferita e legittima ciò che ritiene valido. Ecco allora che, nel rap italiano, tornano in voga nomi dimenticati, dischi obliati, progetti lontani da logiche algoritmiche. Si spiegano in questo modo numerosi ritorni imprevisti; su tutti, quello di Neffa, che è tornato con un doppio LP in cui produce e rappa. È all’interno di questo scenario che, dal Lago Maggiore, vediamo materializzarsi lo spettro di uno Yeti, che lascia le sue tracce dietro di sé, a futura memoria degli ascoltatori. Il rap hardcore e il suo inconfondibile sapore tornano d’attualità.
Yeti è un disco profondamente hip hop – e, badate bene, non urban, termine che a mio avviso non rappresenta in nessun modo questa cultura –. Lo è perché mantiene quello spirito selvaggio che ha sempre contraddistinto il duo, fin dalle prime prove al microfono; ma anche per l’attitudine lirica e per il suo dichiarato intento oppositivo. Ma soprattutto, Yeti un disco contemporaneo: non si insegue, qui, il mito del passato, il mito del boom-bap nudo, crudo e puro. Lo si ricrea in chiave attuale.
Il disco si compone di undici tracce inedite più una skit finale, la title track Yeti. Le skit, in generale nel rap e in particolare nella storia discografica della CDB, hanno sempre avuto uno spazio importante. Un’importanza tale da aver dato vita alla Skit Squad, collettivo attivo dal 1996 e che vede al suo interno, oltre ai vari Bassi, Dj Zeta e Goedi dei Microspasmi, proprio la CDB. Le skit sono composte come fossero delle micro-sceneggiature (molto spesso esilaranti, irriverenti o grottesche), di solito di breve durata. In questa occasione, però, il minutaggio arriva a dodici minuti trasformando la title track in una vera e propria traccia sé stante.
Yeti ha il primato di essere la skit più lunga mai realizzata in un disco rap. Nella “sceneggiatura” che da corpo alla traccia riaffiorano echi dalle skit del primo disco, conferendo al tutto una certa dose di continuità narrativa. La traccia viene ambientata in un futuro distopico, il 2051, periodo in cui esiste un unico genere musicale creato artificialmente. Esiste un’unica divisa e un unico credo. I Balordi si sono ormai separati dalla società. All’anniversario del suo secondo disco, la cricca vuole riportare in auge l’hip hop underground e creare un nuovo disco. L’ologramma di Bassi Maestro li guida sulle tracce dello Yeti, imbattendosi in personaggi già noti – come Woofer 2, già presente in Vibra skit – e situazioni assurde.
In generale, troviamo tutte le caratteristiche topiche del loro rap: le rime d’impatto, quelle costruite con l’intento preciso di suscitare risposte emotive precise (l’urlo con le mani al cielo); basi da bangerz, perfette per i live; riferimenti precisi alla scena e alla cultura. Ecco che allora questo disco, anche per la sua relativamente breve durata, risulta centrato perfettamente, ottenendo l’effetto di un crescendo che è al tempo stesso una discesa dentro il mondo dei Balordi. Difficile scegliere un pezzo che spicca sopra gli altri, ma se proprio ci vogliamo provare, forse i picchi stilistici possono essere rintracciati in XXV A.D, Under e, soprattutto, Welcome to VCO: un vero e proprio brano-manifesto, il più centrato in fatto di base, rime e atmosfera.
In conclusione, Yeti non può essere considerato un piatto revival. Non arriva sul mercato per battere cassa né per cavalcare l’onda del momento. Al contrario, questo disco è la dimostrazione di quanto il rap riesca a rimanere attuale e fresco senza perdere nulla del suo spirito originario, senza concedere spazio a logiche di mercato studiate a tavolino per vendere e basta.
Una grafica minimalista, una scrittura che sa operare una crasi interessante tra la spontaneità e la ricercatezza, un tappeto musicale classico che per definizione travalica il tempo e la moda del momento, inseguendo l’eternità. Yeti è una ventata di puro hip hop nel piattume generale di questi ultimi anni, scanditi da un vortice di uscite senza controllo. Ed è quello che ci voleva.
La prima tappa ufficiale del nuovo tour sarà il 4 giugno 2026 al Circolo Magnolia di Milano. Evento che accresce l’attesa, in quanto la vera dimensione della CDB è proprio il live, l’incontro con il pubblico.

