SINCERO! – uscito il 15 maggio per Panico Dischi – segna il ritorno di Rares, tre anni dopo il suo ultimo lavoro, Femmina. È un disco diametralmente opposto rispetto al precedente, più pop, più aperto, più diretto. Abbiamo avuto modo di confrontarci con lui per raccontare nel dettaglio la genesi di alcuni brani e capire cosa si nasconde dietro le scelte musicali e liriche del progetto. Perché SINCERO! è un album denso, da non sottovalutare, ma da ascoltare lentamente.
L’album è composto da undici pezzi: otto brani, tre intermezzi parlati/musicati e diversi feat. Ci sono momenti di puro pop moderno e passaggi più cupi, dove la produzione viene svuotata, resa fragile, proprio come il messaggio che si vuole trasmettere.
È un album dove gli strumenti sono molto presenti. I brani diventano terreni fertili in cui i musicisti non hanno paura di prendersi il proprio spazio. Ogni traccia sembra avere un dettaglio che sposta leggermente la composizione canonica. Il clarinetto in Bella Giornata, l’assolo di sax finale in Robina, la chitarra nella coda di Giorni di Sole: sono solo alcuni esempi ma ci sono tanti elementi che rendono il disco imprevedibile senza spezzarne l’equilibrio melodico.
Durante la chiacchierata, Rares pronuncia una frase fondamentale, identificativa di questo progetto: «La canzone pop è una forma meravigliosa, estremamente volubile. In realtà, nonostante sembri una formula unica, questa formula è fatta per essere modificata, girata, rotta, usata».
Travestire di semplicità produzioni di questo tipo è molto più difficile di quanto sembri. Ascoltando i vari brani emerge chiaramente l’ambizione di unire testi non banali a suoni altrettanto ricercati, cercando però di mantenere tutto estremamente accessibile.
Anche il lavoro sulle voci segue questa direzione e i featuring diventano fondamentali nel definire le sfumature emotive del disco. Con Faccianuvola, Rares cementifica il sodalizio iniziato lo scorso anno con il brano Agosto e rende evidente quanto la loro visione musicale sia affine, soprattutto nell’interpretazione. Con Iako, invece, le due voci si fondono, si accarezzano e convivono divinamente sopra una chitarra arpeggiata. Con Giovanni Truppi prende forma un’alternanza vocale più drammatica, tesa, che richiama alcune soluzioni emotive di Bon Iver.
In SINCERO! Rares racconta un amore diverso: non è l’amore primordiale, impulsivo, da farfalle nello stomaco. Si parla di un sentimento pensato, razionalizzato, spezzato ma consapevole. L’amore è un’altra cosa, in questo, è probabilmente il capitolo più crudo. Una ballad essenziale che colpisce immediatamente e fin dai primi versi arriva come uno schiaffo travestito da carezza: «ora basta non capisco più niente/ cos’è successo nell’ultimo mese, negli ultimi mesi / l’amore è un’altra cosa ti sposta le ossa».
Abbiamo iniziato l’intervista partendo da queste nostre percezioni, provando a delineare l’impatto degli ultimi anni sulla sua musica e sul suo modo di essere.

Partiamo dalla domanda più scontata. Come sono andati per te questi ultimi tre anni, da Femmina a SINCERO!? Sono usciti dei feat (MACE, Basta Session No. 5, Faccianuvola), hai lavorato alla tua musica, ma come hai vissuto questo periodo?
Sono stati tre anni intensi. Ho vissuto molto, ho fatto esperienze, ho cambiato città tre volte, ho suonato parecchio incontrando tanti musicisti amici bravissimi e mi sono diplomato al conservatorio. Tre anni in cui sono maturato e ho cambiato la percezione di quello che volevo fare. Alcune esperienze iniziate anni fa sono finite, altre canzoni nascevano con presupposti che poi sono cambiati nel tempo. È stato bello per me e vedo che il frutto finale di questo lavoro viene recepito così: come un disco tutto sommato di amici, leggero, caldo, quindi sto avendo la risposta che mi auguravo.
Venivi da un percorso più stratificato e sperimentale come Femmina. Qui invece il pop è più frontale, passami il termine, anche se è un disco molto suonato. Non è mai facile far sembrare semplici alcune canzoni, alcune strutture melodiche, non hai avuto paura che questa finta semplicità non venisse capita o potesse essere scambiata per una minore ambizione?
Avevo paura del contrario, in realtà. E questa cosa è testimoniata sia nella musica sia nei ragionamenti. Era la mia intenzione fare un disco pop e ne vado fiero, fare pop non è facile. A me viene più facile mistificare, rendere complesso, stratificare, come hai detto tu. La cosa difficile per me è semplificare. Rischi, nella semplicità, di omettere i dettagli sbagliati e trasportare i detriti. La canzone pop è una forma meravigliosa, estremamente volubile. In realtà, nonostante sembri una formula unica, questa formula è fatta per essere modificata, girata, rotta, usata. Mi sono reso conto che la complessità è un altro tipo di espressione che rispecchia momenti di vita diversi. Ora avevo bisogno di semplificare me e la mia musica, sia per poterla condividere con più facilità e trasmettere il mio lavoro nella sua essenza, ma anche per gioco, perché fare la stessa cosa due volte non so quanta soddisfazione dia.
Riguardo la composizione di questi nuovi brani, hai scritto sui social che è stato «un percorso intricato, croce e delizia. È strano pensare che non sono più la persona che ha iniziato a immaginarlo, ma sono quella che l’ha finito». Parli a livello musicale o testuale/emotivo?
Entrambi i lati sono diversi. Quella frase l’ho presa da un mio diarietto personale dove scrivo le mie cose, frasi intime, però penso che sia un’esperienza nella vita di tutti. Spesso ci facciamo delle grandi odissee nella testa di come sarà una cosa fra due o tre anni, poi quando arriva il momento ti accorgi che non sei più la persona che sognava quella cosa. Quando una cosa è compiuta, anche tu hai fatto il tuo corso. Da un punto di vista umano, la persona che ha messo mano all’inizio del disco è diversa. Dal punto di vista lirico e testuale anche. Quando avevo iniziato il disco non avevo esperito tantissime delle cose che poi cito. Ho fatto un recinto in qualche modo e dicevo a me stesso: «In mezzo costruirò una casa e questa casa si chiamerà SINCERO!, anche se ancora non so cosa sarà». Mi capita ancora adesso di emozionarmi e per me è un bel segnale: vuol dire che mi sono dato, sento di aver fatto una bella cosa per me stesso. Come guardare invecchiare… No, vabbè, è triste questa cosa da dire.
Vai, dilla pure, siamo pronti.
Come quando vedi invecchiare il tuo animale domestico e vedi che è lo stesso, un po’ più lento, ma sempre lui. Tu a tua volta sei cambiato, ma il rapporto rimane lo stesso. Queste canzoni mi ricordano il me di quando le sognava, adesso finalmente queste canzoni esistono, siamo entrambi molto diversi ma siamo ancora lì.
Analizzando invece le canzoni dell’album: Gatti e Robina, i primi singoli, sono due pezzi simili ma che non rappresentano l’intero stile dell’album. Avete scelto consapevolmente di mostrare prima un certo mood?
Credo che il disco abbia due versanti. Un lato più scuro e uno più felice che ho mostrato prima con questi due singoli. Questa dicotomia mi ha influenzato anche nella scrittura. Ho eliminato e cambiato molti passaggi perché volevo più pezzi up che ballate. Volevo che un percorso difficile fosse raccontato con leggerezza, non volevo un disco di pesate. Tre ballate bastano e avanzano. Questi due pezzi erano un modo per dire: è tutto ok. Vogliamo stare bene, divertirci. Riflettere sulle cose, ma con leggerezza.
Forse le ballate che hai fatto, le “pesate” come le hai chiamate prima, sono nei feat.: Giorni di Sole con Iako, Strappacuore con Giovanni Truppi e L’amore è un’altra cosa sono tra i brani più intensi dell’album.
Sì. Non ci avevo pensato ma, in effetti, questa cosa di aver lavorato con qualcuno ha inciso. Mi viene da dire una cosa che sto pensando in questo momento: forse avevo bisogno di una mano per processare le cose. Perché, se la metti così, mi rendo conto che hai ragione.
A proposito, dalla collaborazione con Okgiorgio (presente in L’amore è un’altra cosa) mi aspettavo una roba elettronica, considerando i vostri background. Era questa l’intenzione fin dall’inizio o avevate in mente un pezzo elettronico e poi avete tirato fuori la ballad?
Lo voglio chiedere a te: cosa ne pensi? che percezione hai avuto? era voluto o è successo casualmente?
Secondo me era voluto, anche Okgiorgio è uno che suona molto, però è strano che non abbiate preso una deriva elettronica. Vi vedo potenzialmente affini su quel gusto musicale.
Ti ho fatto questa domanda perché sapevo che questa cosa sarebbe venuta fuori. Noi ci siamo visti diverse volte, ci sono molte bozze nei rispettivi computer anche se non è mai uscito niente. A un certo punto, parlando l’estate scorsa, ho detto: «Mi piacerebbe averti nel mio disco, vorrei fare con te una ballad, una versione libera, senza metronomo e batteria». Lui non ha voluto sentire il pezzo prima, sono andato direttamente in studio, gliel’ho suonato ed è rimasto piacevolmente impressionato. Abbiamo prodotto e suonato insieme, tutto è suonato da noi due. Lui è una persona musicale, si porta sempre una grandissima energia musicale… Spero di spiegarmi: lui è sonoro come persona.
Sì, nelle sue produzioni e nei live cerca sempre di spaziare e far vedere che è appassionato di altri generi, quindi capisco quello che dici. Invece con Giovanni Truppi com’è andata?
Lui stava ancora a Bologna, questa canzone risale a un anno e mezzo fa. Io avevo le prime due strofe e non sapevo come gestire il dopo. Non ricordo com’è successo il primo incontro, io e Giovanni continuiamo a vederci, tra un po’ vado a Roma da lui. Questa cosa è stata la primissima bozza fatta insieme. Nei primi due giorni abbiamo fatto tutto. Il pianoforte è originale della prima take. L’ultima ciliegina sulla torta è stata invitare Federica Furlani, violista impressionante che ci ha fatto questi tappeti che hanno legato tutto. Il pezzo era pronto, ma avevo bisogno di un po’ di dramma per infilare ancora di più il coltello.
A proposito di questo, c’è tantissimo suono in questo tuo ultimo lavoro: clarinetto, violoncello, sax, flauto traverso, fisarmonica e tanto altro. In ogni brano ci sono bridge improvvisi, scostamenti sonori molto interessanti e code finali con assoli di strumenti. È stata una direzione precisa fin dall’inizio o è nata in studio con gli altri? Hai scritto le canzoni pensando già agli strumenti e ai musicisti da coinvolgere o alcune soluzioni sono nate successivamente?
Io e Novecento, mio fratello in arte che mi segue da sempre, suoniamo molti strumenti. Le prime bozze di clarinetto, sax, fisarmonica e violoncello le ha buttate giù lui. Pianoforte, chitarre e bassi, io.
Quando abbozzavo le canzoni con la bocca, soprattutto le melodie principali, a volte sentivo il bisogno di queste risposte di ottoni, sapevo che volevo tipo una brass band. Ho trovato questa catena di effetti che mettevo sulla voce che ricordava dei sax e delle trombe. Quindi, dopo un po’ che siamo usciti dalla vena elettronica, queste voci non ci bastavano più e abbiamo iniziato a rifare tutto. Diciamo che il disegno generale viene dalla composizione, alcune cose sono state scritte in quel modo e poi diventate strumenti veri, altre cose sono sbagli per esempio. La fisarmonica di Hanno previsto pioggia è sbagliata. L’ho incollata male, ho preso la sessione sbagliata e incredibilmente non l’ho più toccata. Il brano si gira di un quarto e c’è uno sbaglio, il basso fa la cosa giusta, la fisarmonica la cosa sbagliata. Però è estremamente sognante per me.
Anche l’assolo alla fine di Robina, visto che citavi i finali, è di Giorgio Manzardo, che ha suonato tutti i sax di SINCERO! e ha fatto diverse take di assoli tutti incredibili, quindi ho detto: devo metterne per forza due di fila. In realtà, quando poi il brano si spegne sull’assolo di sax, abbiamo semplicemente incollato uno dei tanti assoli già registrati.

Sono presenti anche tre intermezzi, Inizio, Un fiore e Fine. Come mai questa scelta e che ruolo hanno nella narrazione? Se vuoi dirmelo, non so se vuoi mantenere il mistero su questo…
No, ci sono dei lati che posso raccontare e altri meno. Il lato che posso raccontare è che avevo trovato dei video che mi avevano commosso. Scorrendo la mia galleria avevo trovato questi video mentre parlo con un bambino, che fa parte della mia famiglia stretta. Mi commuovevo guardandoci in questi video. Mi sono accorto che, nel mio disco, si parla di una sofferenza d’amore, di un amore romantico, con affettività e regole, dove ci si aspetta qualcosa l’uno dall’altro, dove si fa squadra per un motivo molto bello ma poi, come ogni cosa, ci sono delle complicazioni.
C’è un tipo di amore, invece, che mi commuove sempre, che è quello puro. Quello dei bambini e degli animali. Per me era anche un modo di coinvolgere la mia famiglia, che amo, ma anche dare una risposta. L’amore di un bambino è puro e per noi adulti, che invece vivendo ci corrompiamo e cambiamo, è una bella cosa da tenere a mente.
Vista la tematica emotiva, c’è una canzone tra queste nuove che ti mette più a disagio a cantare perché è ancora troppo vicina? Qual è il verso dell’album a cui sei più legato?
Gli intermezzi mi commuovono, come dicevo prima. Nonostante li abbia scritti o composti, sto lì con la lacrimuccia. Anche Bella giornata continua a commuovermi. C’è una serie di contingenze e quando canto mi evoca tantissimo. È uno di quei brani che non so da dove l’ho scritto e come. Non mi ricordo com’ero, è come se non fossi io. Canto questo pezzo guardandolo da fuori, mi dà un grado di emotività altissimo. Il ritornello della canzone mi mette in difficoltà, mi fa piangere, il verso «Eppure mi distraggo quando la nave attracca e tu non sei sconvolta dal viaggio, è sempre una bella giornata» è una cosa grande per me. Infatti la faccio per prima nei live così me la levo.
A proposito dei live, come hai in mente di dosare i vari generi? Femmina è più elettronico, SINCERO! è un disco decisamente suonato, i brani funzionano bene però anche in acustico. A cosa stai lavorando?
Il live è pronto. Abbiamo preparato tutto, è bellissimo e non vedo l’ora. Al momento siamo in tre e si suona tanto. Sul palco ci saremo io, Pietro Vicentini – che ha suonato le batterie del disco – e Novecento. Il mio augurio è che questo live si espanda per poter suonare tutto. Adesso saremo in tre e non suoniamo Femmina in nessuna sua forma o accezione perché è impossibile
Il MI AMI sarà un primo antipasto del tour?
Al MI AMI ci sarà un antipastone, stiamo preparando tante belle cose.
Vabbè, un po’ di feat me li immagino…
Sì, secondo me non è un mistero visto che io, Iako e Faccianuvola siamo nello stesso giorno. In realtà abbiamo anche due musicisti incredibili, di cui non svelerò l’identità anche se facilmente intuibile, che suoneranno con noi.
Con Faccianuvola ormai siete fratelli della musica.
Mi piace questo termine, ci siamo proprio trovati. Lui è uno dei miei nuovi amici della musica. È una relazione preziosa, è fortissimo lui.
Siamo alla fine, ti chiedo solo un’ultima curiosità. Qual è la musica o la produzione che ti ha ispirato di più per questi ultimi lavori?
C’è stato questo disco che all’inizio usavo come reference totale. Volevo che il mio album suonasse come quello ed è See Me Ridin, di Martin Revdei Suicide, un disco del ’95. Tra l’altro la sua copertina è un suo quadro, bellissimo. È un progetto strano, elettronico, le canzoni riprendono tutto quello che lui sentiva nella New York di quegli anni. È un disco matto, evocativo. Volevo fare una cosa simile ma poi ho cambiato idea. La prima bozza di Gatti, Sincero e Robina erano così, copiate da See Me Ridin.
E invece i tuoi ascolti di adesso quali sono? Ci sono delle produzioni o musiche recenti che ti hanno colpito?
Central Cee e Dave non c’entrano col mio percorso ma li ho sentiti parecchio. FSK, SWAG di Justin Bieber mi è piaciuto tantissimo e poi mi sono mangiato Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù di Faccianuvola, un disco clamoroso. Anche Meredith Monk, roba sperimentale, Demetrio Stratos, Sergio Endrigo, però non sono dischi usciti quest’anno. Ma la musica è anche questo, non sono lineare nei miei ascolti.
Ci salutiamo dopo aver sorriso sulle citazioni musicali imprevedibili: Martin Rev, Demetrio Stratos e Central Cee.
Forse SINCERO! nasce proprio lì, nella libertà di movimento e nella continua curiosità, due elementi imprescindibili per concepire musica in questo modo.

