È su questa unicità che Sarajevo pone le basi del suo paradosso: come può contenere, con la stessa intensità, tanto l’armonia quanto la lacerazione?
Con il docureportage Sarajevo, ljubavi moja (attualmente in produzione), PolvereMag si immerge nella storia musicale della capitale bosniaca, esplorandone l’evoluzione attraverso le voci e le prospettive di alcune delle sue figure chiave. Un’inchiesta che attraversa la città per osservare come la musica si articoli tra memoria, trasformazione e presente, in un contesto che guarda anche alla costruzione di nuove possibilità per la scena.
Arriviamo a Sarajevo in aprile. Da alcune settimane la Bosnia ha battuto l’Italia nelle qualificazioni ai mondiali e USA dei Dubioza Kolektiv è diventato l’inno calcistico nazionale. Incontriamo Brano Jakubović, fondatore della band, a casa sua. Ci accomodiamo sul terrazzo all’ultimo piano di un palazzo brutalista; davanti a noi la città si distende in tutta la sua bellezza, lo sfondo perfetto per la nostra intervista.

Brano Jakubović — foto di Alessandro Aimonetto
Come molti adolescenti in cerca di uno spazio creativo nel mondo, Brano ha iniziato a suonare la chitarra da giovanissimo, nei seminterrati. Ma quelli erano anche gli anni dell’assedio, e questo significava farlo spesso senza elettricità e senza acqua.
Quando si pensa a Sarajevo, l’immaginario si ferma quasi sempre ai cecchini, ai civili bersaglio, ai feriti, alla distruzione. Meno si racconta della vita che, nonostante tutto, tirava avanti. Brano ci ha aperto una porta su quella dimensione, ricordandoci che anche quando fuori c’è la morte, lo spettacolo deve pur continuare.
Ne è stato un esempio Gino Jevdjević, figura chiave della musica jugo-pop negli anni Ottanta, quando con il collettivo Kosa Sarajevo mise in scena la rivisitazione in chiave bosniaca del musical Hair. Correva l’anno 1992 e la guerra era appena cominciata.
Due anni dopo, era il 14 dicembre 1994, Bruce Dickinson si esibì tra capo e collo al Bosanski Kulturni Centar, su invito delle Nazioni Unite. Un concerto passato alla storia per via dell’altissima percentuale di rischio che comportava, di cui abbiamo raccolto testimonianze preziose sia da Brano, presente tra il pubblico, sia da Chris Dale, allora bassista di Dickinson. Per chi volesse approfondire la vicenda, consigliamo il documentario Scream for Me Sarajevo.
Entrando nelle fasi finali del conflitto, nel 1995 l’Obala Art Centar fondò il Sarajevo Film Festival come gesto di ricostruzione civile e culturale. Oggi è il più importante appuntamento cinematografico della regione, in particolare per il cinema del Sud-Est Europa.
Al bar del Kino Meeting Point, cuore operativo del Festival, incontriamo Damir Imamović. Nato a Sarajevo nel 1978, ricercatore, autore e musicista centrale nella scena locale e internazionale, Damir proviene da una famiglia in cui si è tramandata una tradizione musicale particolare, radicata in secoli di incontri e sincretismi.

Damir Imamović — foto di Alessandro Aimonetto
La sevdah, o sevdalinka, affonda storicamente le proprie radici nel periodo ottomano, nelle trasformazioni urbane e culturali che attraversarono i Balcani tra XV e XIX secolo, assorbendo inflessioni orientali, sensibilità slave, stratificazioni sefardite e una particolare attenzione narrativa al dettaglio emotivo. La parola deriva dall’arabo sawda (“bile nera”), termine usato nella medicina antica per descrivere lo stato malinconico. Attraverso il turco sevda, approda in Bosnia trasformandosi in sevdah: una forma d’amore che è allo stesso tempo desiderio, estasi e sofferenza inconsolabile.
Radicata soprattutto nei contesti urbani bosniaci, si sviluppava originariamente nelle avlija (i cortili interni) o nei čardak (le stanze ai piani superiori), spazi in cui la vita privata restava separata dalla caoticità delle čaršija (i bazar). Qui il canto dava voce a ciò che non poteva essere espresso apertamente: desiderio, nostalgia, perdita, la consapevolezza che la bellezza sia inseparabile dalla sua caducità. Per questo la sevdah resta, contemporaneamente, canto di corteggiamento e isolamento.
Musicalmente, il genere fonde la modalità orientale delle scale makam con strutture narrative e melodiche slave. Se inizialmente era accompagnata dal saz, un liuto a manico lungo, con l’arrivo dell’Impero Austro-Ungarico nel 1878 integrò fisarmonica e violino, occidentalizzando parte delle armonie senza perdere la propria anima melismatica. La voce, più della tecnica, ne resta il fulcro emotivo. L’amore, la separazione e il desiderio diventano così materia poetica capace di attraversare il tempo senza perdere profondità.
Dopo la centralità degli anni Cinquanta e Sessanta e una successiva fase di minore visibilità durante l’ascesa dello jugo-rock, la sevdalinka ha conosciuto un nuovo slancio negli anni Duemila. Con gli esperimenti sonori di Adi Lukovac i Ornamenti – progetto pionieristico di cui Brano Jakubović è stato membro fondatore –, il genere aveva iniziato a dialogare con i sintetizzatori e l’elettronica.
Grazie all’incontro con Manu Chao, in concerto a Sarajevo nel 2002, Brano trova progressivamente una sua direzione artistica. Insieme a un gruppo di amici nel 2003 fonda i Dubioza Kolektiv: un gruppo di otto membri che si ispira ai Beastie Boys, senza perdere il radicamento con i Balcani.
I Dubioza Kolektiv hanno contribuito a far conoscere la scena bosniaca a un pubblico internazionale, aprendo nuove possibilità per la generazione di musicisti successiva. Ce lo raccontano figure come Zhiva (aka Iva Pažin), cantautrice originaria di Belgrado, e Toshi Domaćin, produttore del trio rap Helem Nejse: Sarajevo può apparire più piccola rispetto alle altre capitali della penisola, ma proprio le sue dimensioni favoriscono una prossimità artistica che rende la collaborazione più immediata, trasversale e fertile.

Zhiva e Toshi — foto di Alessandro Aimonetto
I limiti, però, restano evidenti: infrastrutture carenti, mancanza di finanziamenti pubblici, spazi insufficienti. In risposta, sono nati luoghi come il Sarajevo Disk Music Shop, uno spazio in cui le artiste e gli artisti locali possano farsi conoscere. Perché, come ci ricorda il proprietario Alen Karadza, avere una scena locale solida è la “condicio sine qua non” per cui quella internazionale sceglie di guardare a Sarajevo.

Alen Karadza — foto di Alessandro Aimonetto
C’è anche chi ha deciso di andare altrove, senza recidere i legami con la terra di origine. Come Gino Jevdjević, che dopo la guerra ha fatto di Seattle la sua casa fondando i Kultur Shock e scegliendo di fare ciò che sentiva più nelle sue corde: da star della musica leggera jugoslava a frontman di una band balkan punk americana con influenze heavy metal.
Trent’anni dopo la nascita della band, quella parabola è stata celebrata con un tour europeo che è passato inevitabilmente da Sarajevo, dove abbiamo assistito a una delle sue tappe più cariche di significato. Tra salti, bandiere palestinesi, cori e bicchieri di pivo sempre pieni, la serata è volata via.

Gino Jevdjević — foto di Amar Bilić Billy
Ora la città si prepara ad accogliere i Prodigy con un live allo Stadio Grbavica il 13 agosto, pochi giorni prima del Film Festival. Noi, intanto, continuiamo il nostro lavoro di ricerca e non vediamo l’ora di mostrarvi il reportage. Restate sintonizzati.

