Il jazz in Inghilterra è sempre in movimento, procede marciando a passo sicuro in direzioni nuove, percorrendo strade a volte incerte, sempre più — seppur graziosamente — frastagliate, sempre più tinteggiate da tonalità ancora sconosciute e ancora — forse provvidenzialmente — inutilizzate. Ed è di queste nuove sfumature che si colora il nuovo — secondo — disco degli Knats, gruppo originario di Newcastle come i suoi due membri: Stan Woodward (basso) e King David-Ike Elechi (batteria).
La città di Newcastle è anche il teatro narrativo di questa seconda prova in studio della band che titola orgogliosamente A Great Day in Newcastle e che mostra in copertina il Tyne Bridge a mo’ di sfondo rappresentativo di una città che si metterà in mostra apposta per noi.
Il disco è come una giornata passata nella città inglese, è un’epopea joyceana — nel suo smisurato arco narrativo, s’intende — in cui assaporiamo situazioni e sensazioni che ci seguono attivamente facendoci sentire a casa in una località lontana e appena conosciuta.
Cosa c’è di più bello che viaggiare in una città nuova, conoscerne i suoi spazi, le sue abitudini, le persone che da anni la popolano? Se poi il mezzo con cui ci muoviamo è la macchina della musica questo viaggio non può che aumentare esponenzialmente il suo fascino tramite la visuale da cui percepiamo ogni sua ricchezza.
La giornata si apre con 7 Bridges To Burn, una brillante vignetta che presenta una serie di immagini narrate da Cooper Robson e impreziosite da un arrangiamento che scatta agilmente per i vari strumenti e che fa da impostazione sonora all’interno album. È con le due tracce successive, però, che ci rendiamo conto del salto in avanti che il disco compie rispetto al suo predecessore: tralasciandone la strabordante ambizione, Wor Jackie e Gainsborough Grove poggiano la loro identità su riff maestosi e riconoscibili, così come su ritmi ballabili basando però la loro credibilità su arrangiamenti colti, ben strutturati e mai accademici. I brani di A Great Day in Newcastle sono grandiosi, ma avvolgenti, ironici, ma attraversati da un racconto sociale (come si sente in Wor Jackie, che racconta la vita della classe operaia nelle miniere): questi brani vivono di idiosincrasie interdipendenti, forse indispensabili per la riuscita di un lavoro del genere. Le potenti melodie soffiate dai sax sono frizzanti e accompagnate al più da ritmiche irrequiete, ma pulsanti che offrono un pretesto sia per ballare sia per rilassarsi alla luce di un sole sempre più avvolgente.
Un ruolo fondamentale è ricoperto anche dalle percussioni che fanno il loro ingresso in scena da protagoniste assolute in Azure Blues che sfoga tutta la sua essenza fusion in conga frenetiche e in un basso sempre volutamente molto avanti nel mix.
Immagini — quelle narrate dal disco — che grazie alla musica sono sì calde, ma che tralasciano una serie di dettagli per lasciare all’ascoltatore una libertà immaginifica personale, libera da vincoli invadenti.
Produttore del disco è nientedimeno che Geordie Greep — ex membro dei black midi, ormai messosi in proprio — che ha portato gli Knats come band di spalla nel suo tour in giro per il mondo e ha non solo prodotto il disco, ma anche partecipato in qualità di guest a uno dei brani di questo LP.
Carpet Doctor (il brano con Greep) riprende la narrazione vignettistica di 7 Bridges To Burn e tramite un nu jazz caotico, sempre più d’avanguardia, in cui ogni strumento si fonde e confonde con gli altri passando per i soliti riff identificativi presenti in ogni brano, arriviamo al finale del disco, una cover — o meglio, riscrittura — di una vecchia canzone folk dal nome Farewell Johnny Miner di Ed Pickford.
A Great Day in Newcastle è un disco che conferma gli Knats tra le band più interessanti della scena nu jazz inglese, che li vede superare con sfrontato rispetto i confini — mai troppo solidi — del jazz contemporaneo in un citazionismo leggero quanto i formidabili virtuosisimi dei due. Un concept album che non si pone limiti pur rimanendo educato nei modi, come un ragazzino adolescente beneducato in infanzia — ancora segnato dall’impronta familiare ricevuta durante la prima età — ma ormai inevitabilmente spinto dal bisogno di rivendicare una propria identità nuova e che in questo disco viene meritatamente esplorata.

