I Nu Genea hanno rotto con Napoli. E vanno rispettati

Con la stessa ciclicità dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali di calcio, i Nu Genea tornano con un nuovo album per NG Records: People of the Moon. Il duo napoletano abbandona il Mediterraneo e la loro città natale per espandere i propri confini. Un disco coraggioso, da rispettare anche se non lo si ama
8 Maggio 2026

2018, 2022: per molte persone sono gli anni delle mancate qualificazioni ai mondiali di calcio dell’Italia. Per Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, in arte Nu Genea, sono due tappe fondamentali del loro percorso artistico. Il duo napoletano aveva affilato le armi a Berlino come DJ e produttori tech-house sotto il nome di Nu Guinea, prima di ritornare alle proprie radici con Nuova Napoli nel 2018 — e con il meraviglioso Bar Mediterraneo, nel 2022. Partendo dal viscerale folklore napoletano, i Nu Genea reinterpretano i canti e la musica popolare costruendo una dimensione sonora contemporanea fortemente legata alla musica elettronica, rendendola la diretta erede della musica di Pino Daniele, Napoli Centrale, James Senese e della grande tradizione funk del golfo e portando il nu-disco partenopeo nei club e nei festival di tutta Europa.

Il 2026 non poteva essere diverso: l’Italia è fuori dai mondiali e il 1° maggio, tra manifestazioni e discutibili concertoni per le piazze italiane, i Nu Genea pubblicano People of the Moon per la loro etichetta indipendente NG Records. E già dalla copertina è chiaro che l’immaginario dei primi due album è nettamente cambiato: niente Vesuvio, niente Mediterraneo, niente sole. Solo una luna piena e il titolo scritto in caratteri latini dall’estetica arabeggiante.

È una sensazione che si consolida ancora prima di premere play: basta scorrere la tracklist e leggere i nomi dei featuring. Il napoletano si riduce a due soli titoli — Carè e Ma Tu Che Bbuò — oltre a Sciallà, il singolo estivo che anticipava l’album. Anche le collaborazioni la dicono lunga: Tom Misch da Londra, María José Llergo dall’Andalusia, il percussionista brasiliano Gabriel Prado e la cantante libanese Celinatique oltre all’immancabile Fabiana Martone. Napoli c’è, ma non è più la copertina.

L’album si apre con Acelera, in cui Llergo — collaboratrice anche in Celavi e voce nella titletrack dell’album — porta il suo ritmo flamenco a colorare un brano che non somiglia ai lavori precedenti. Il tempo è più disteso, gli hook trascinanti dei dischi precedenti si diradano, e la sensazione complessiva è quella di un lavoro meno interessato alla hit e più alla costruzione di un’atmosfera. La conferma arriva con Onenon con il musicista britannico Tom Misch: brit-funk nato dall’improvvisazione con un basso martellante che tanto ricorda Pino d’Angiò.

Nelle prime due canzoni, di Napoli non c’è quasi traccia se non nel groove, che però non è più quello mediterraneo e solare dei dischi precedenti: è qualcosa di più sfumato, contaminato, meno scanzonato. La prima parola in dialetto arriva alla terza canzone, Puleza, con Fabiana Martone — che torna anche in Carè, Ma Tu Che Bbuò e Sciallà — con nuove influenze: dalla musica brasiliana alle venature soul e arabeggianti per una nuova Napoli che non teme la contaminazione. La vera perla dell’album arriva però con Shway Shway, espressione araba traducibile con «piano piano»: una bossa nova lenta e coloratissima con la voce della cantante libanese Celinatique, che vale da sola l’ascolto. Il disco si chiude con Ondas do Mar, in cui Gabriel Prado — percussionista per tutte le tracce precedenti — diventa coprotagonista per celebrare l’incontro tra Mediterraneo e l’Atlantico.

People of the Moon funziona meglio se lo si legge come un festival immaginario con i Nu Genea nei panni di direttori artistici che creano lo spazio ideale perché i propri ospiti si esprimano liberamente. Non è un disco dal groove sfrenato che fa ballare anche non volendo: da questo punto di vista è imparagonabile a Bar Mediterraneo. È un lavoro di commistione e di accoglienza, in cui l’inglese si mescola all’arabo, la bossa nova si mescola con il flamenco. È la cosa più napoletana di tutte, in fondo: aprire le porte a culture e lingue diverse senza fare domande. Napoli non sarà più il paesaggio, ma è rimasta nell’atteggiamento e nelle intenzioni. È un disco che si deve rispettare — anche se non lo si ama — per il coraggio di uscire dal microcosmo della propria città per espandere i propri confini. E provare ad arrivare fino alla luna.