Vi ricordate quando qualche mese fa, per la prima volta in molti anni, il rap è uscito dalle prime quaranta posizioni della classifica di Billboard? I media di settore hanno ripreso la notizia in blocco, gli appassionati e commentatori a ruota con le teorizzazioni sui motivi della cosa, gli artisti da classifica in silenzio e quelli non-da-classifica a dire che gli altri si stavano facendo i problemi sbagliati.
Tra questi ultimi c’era Denzel Curry che nel mezzo della frenesia generale ha ben deciso di prendere in mano il telefono e in una serie di stories, testo bianco su sfondo nero, dire le sue verità in poche, brevi, frasi lapidarie. «Il rap commerciale è morto e a me sta benissimo. Era spazzatura sin dall’inizio. Fanculo a quanto bene vi vestite, pensate anche a fare buona musica. Non abbiamo bisogno di altri Big 3». Eccetera eccetera.
Poi, verso la fine dello sfogo, è andato fuori tema, con una verità che però potrebbe non essere solo sua. «Gli OG non hanno rispetto per la generazione più giovane. Alla nuova generazione non interessa la qualità del mestiere. C’è uno spazio in cui possono imparare gli uni dagli altri». Messo così, quello spazio viene presentato come la zona sana, in cui può vivere e da cui può emergere ciò che ha reale rilevanza.
Fermiamoci su questo. Facendo fast forward al 17 marzo è arrivata l’occasione per vedere con i propri occhi se il punto di incontro e dialogo tra generazioni musicali è davvero un’ancora di salvezza, perché al Fabrique di Milano ci sono due artisti che hanno scelto di abitare proprio quello spazio.
“Due artisti”, perché sì, sul biglietto c’era scritto “JID”, ma parlare di Mick Jenkins come ospite non rende giustizia al valore del catalogo e dell’artista. Jenkins ha all’attivo una serie di progetti di peso e sentire i loro highlights condensati in poco tempo fa presto capire che il ruolo di opening act, a uno così, sta dannatamente stretto. Uno che, per inciso, è anche un alfiere della ribellione al sistema predatorio delle piattaforme di streaming, con un tot di sua musica che si può ascoltare solo acquistandola.
E poi ci sono le tempistiche a bilanciare il peso dei protagonisti della serata. Il rapper di Chicago ha fatto uno show di 45 minuti abbastanza completo da renderlo un bel biglietto da visita per chi non lo conoscesse. Il jazz rap arrabbiato di Guapanese e l’oscurità di Truffle a distanza ravvicinata, l’approccio sperimentale, la metafora ricorrente che accosta il sapere all’acqua, chiedendo a tutti di berne di più, di gridare la parola. Knowledge? In questa economia? Praticamente qualcuno si sarebbe aspettato un «dai uncle, levati» da un momento all’altro. E invece no. Il pubblico piuttosto fermo, all’apparenza freddo, era attento, reattivo. Fino all’ultimo «Drink-More-WATER».
Tornando su tempistiche ed equilibri: i tre quarti d’ora di Mick Jenkins sono stati poco meno dell’ora e dieci trascorsa da JID sul palco, che solo a leggerlo fa gridare al furto. Chi c’era sa che, dal momento in cui è apparso quel tipo alto un metro e sessanta al momento degli autografi finali, il tempo sembra volato per altri motivi.
La raccolta di appunti mentali per una recensione puntuale, di racconto, va a farsi benedire quando vivi una situazione come quella del 17 marzo. JID è un rapper forte, punto. Ha tecnica, flow e fiato, quattro album tra cui un classico istantaneo, e strizza l’occhio alla migliore tradizione vecchia scuola della sua città, Atlanta, persino in uno dei banger più zarri concepiti nell’ultimo decennio (ancora, siamo nello “spazio” di Denzel).
Soprattutto, anche nella totale assenza di sovrastrutture e abbellimenti, JID sa come creare un live adrenalinico senza dover chiedere di fare rumore ogni due per tre. I brani che gli permettono di farlo ce li ha, e anche il pubblico di reali affezionati che saltano, pogano, ballano e rappano con lui. Per artisti come JID e Mick Jenkins, l’unica mancanza è la consapevolezza. Non la loro, sia chiaro, ma quella di un pubblico che forse non ha capito a pieno che cosa rappresentino queste figure, oggi, nell’hip hop.
JID ha 36 anni, Mick Jenkins 35. Non sono ragazzini e non fanno musica da ragazzini. Quindi togli le critiche aprioristiche sui gusti delle nuove generazioni, sul rap biascicante, sull’assenza di contenuto, sui flow tutti uguali, sulla trap come male del mondo, e ti ritrovi davanti la realtà: un Fabrique sold out, gremito di under 25 affamati di buon rap, anzi, di grande rap. Coinvolti, presenti, arrivati da tutta Italia e dall’estero per rappare pezzi che conoscono a memoria.
Mentre i palazzetti e gli stadi sono per gli artisti che ci hanno fatto dire che l’hip hop è il nuovo pop (anche se sta smettendo di esserlo) o per i mostri sacri che conoscono anche i muri (magari superficialmente), bisogna spezzare una lancia in favore di Denzel Curry: il buon rap non è mai stato una questione di classifica, di popolarità, di grandi numeri nelle riproduzioni e nei biglietti venduti, ma di comunità.
Il mantra della serata «We can’t do this by ourselves«, detto da Mick e ripreso da JID, suonava come un ringraziamento per una comunità come quella che si è radunata al Fabrique il 17 marzo, che sta davvero ascoltando e sostenendo il meglio del genere e riconosce lo spazio di cui parlava Denzel Curry non come compromesso, ma come terreno fertile.
Se è vero che gli OG spesso guardano dall’alto verso il basso e che una parte della nuova scuola sembra disinteressata alla profondità, serate come questa dimostrano che la faglia non è poi così insanabile. JID e Mick Jenkins non fanno da ponte perché “stanno nel mezzo” anagraficamente o stilisticamente, ma perché incarnano la postura di chi prende sul serio il mestiere senza trasformarlo in reliquia, e allo stesso tempo parla una lingua che il presente può capire senza per forza semplificarla.
È qui che il discorso di Denzel Curry smette di sembrare uno sfogo e diventa una chiave di lettura. Lo “spazio” di cui parlava esiste davvero, ma non è garantito. Va costruito, serata dopo serata, disco dopo disco. E soprattutto va riconosciuto. Per fortuna, il Fabrique sold out con JID e Mick Jenkins è la dimostrazione che c’è una generazione disposta a cercarlo e a sostenerlo.

