Peel slowly and see: la leggenda dei Velvet Underground girata da Todd Haynes

Con il documentario The Velvet Underground, uscito nel 2021, Todd Haynes porta lo spettatore all'interno dell'universo della band newyorkese. Il regista americano costruisce un viaggio che ripercorre l'incredibile storia del gruppo, riuscendo a far rivivere su schermo la scena culturale dell'ambiente underground dell'epoca, tra eccessi, aneddoti e colpi di genio di una delle formazioni musicali più importanti della storia della musica
27 Marzo 2026

Raccontare dei Velvet Underground significa tornare all’origine di tutto: verso urli, suoni e cacofonie primordiali, verso il fuoco e le danze preistoriche. Significa andare indietro nel tempo per ritrovarsi contemporaneamente nel presente e nel futuro, in un paesaggio sonoro che non riesce a essere obsoleto, ma rimane unicamente – e perpetuamente – avanguardistico. Significa raccontare la ribellione del figliol prodigo: del suo genio e dell’elettroshock; di Gesù e della sua morte, degli apostoli e della nascita di quel cristianesimo che a volte viene chiamato punk, a volte rock

Nel 2017 a Todd Haynes viene proposto l’onore – e l’onere – di farsi carico di tutto questo e diventare l’archeologo non di una semplice band, ma di un vero e proprio evento. Ma il regista americano, innanzitutto, non è nuovo a sfide del genere: basti ricordare il suo I’m Not There (2007), film incentrato sulla figura leggendaria e immensa di Bob Dylan, oppure Superstar: The Karen Carpenter Story (1987), su Karen Carpenter. Insomma, c’è un filo conduttore lungo la carriera di Haynes che, in qualche modo, l’ha reso inevitabilmente una delle scelte più papabili e azzeccate per condurre un lavoro sulla band di New York. 

Ecco allora The Velvet Underground (2021), un film documentario distribuito da Apple TV+, che si pone lo scopo di immergersi nell’universo del gruppo, restituendone un ritratto fedele tramite l’utilizzo di filmati d’archivio e interviste a ex-membri e a figure che hanno orbitato attorno alla band.

Quello di Haynes è un film incalzante, di ampio respiro, che, raccontando dei Velvet Underground, sperimenta con la propria forma attraverso soluzioni estetico-formali come il continuo split-screen, andando a richiamare un certo tipo di cinema che nella New York degli anni ‘60 era protagonista negli ambienti underground. Si tratta di quel cinema sperimentale che passava per le cineprese di Maya Deren, Stan Brakhage, Andy Warhol o Jonas Mekas, di quel cinema che rompeva le regole e veniva utilizzato soprattutto come mezzo di espressione per creare un prodotto inteso più come artistico che filmico. Un tipo di cinema attraversato e vissuto dalla band che, più volte, è stata ripresa da Mekas stesso negli ambienti della Factory di Warhol, mecenate per eccellenza dei Velvet.

Forte di questo spirito, il film di Haynes evita quindi una formula scolastica e predilige i guizzi estrosi, il tutto senza rinunciare all’intento divulgativo proprio del genere documentaristico, andando a valorizzare ulteriormente la materia del soggetto. Guardando The Velvet Underground la sensazione è che della band non si potesse che parlare in questo modo, ovvero attraverso un’immagine caleidoscopica, libera, che nell’omaggio sfiora la strafottenza. E infatti, riverenza e sfrontatezza, forse proprio per una certa indecisione di Haynes, sono due linee che scorrono parallele per tutta la durata del lungometraggio che, in un minutaggio complessivo di due ore, non riesce del tutto a conciliare questo binomio.

Ma, d’altronde, i Velvet Underground stessi erano contraddittori. Come in Howl di Allen Ginsberg — uno dei poeti beat amati da Lou Reed —, la band si esibiva in una tensione continua tra sacro e profano, tra perversione e dolcezza, tra sesso e amore, tra droga e letteratura, tra eleganza e cacofonia, tra l’America e l’Europa, tra imperfezione e perfezione, tra sudicio e candido. E non poteva che essere altrimenti: si pensi a come è nato tutto, ovvero tramite quel sodalizio tra Lou Reed, un poeta-genio borderline con l’ambizione di diventare una rockstar, e John Cale, polistrumentista di formazione classico-avanguardistica originario del Galles. Aggiungiamoci poi l’esperienza con Nico, quella modella tedesca dagli occhi glaciali, la bionda chioma e una voce stonata e intonata allo stesso tempo che, accanto ai più rozzi e scalmanati membri del gruppo, spiccava come la classica mosca bianca. 

I Velvet Underground di divisioni — nonostante ne siano inevitabilmente morti — ci vivevano, eppure, come mostra Haynes, questi musicisti simboleggiavano anche un punto d’incontro, lo zeitgeist di una cultura che si faceva attraversare da tutto e tutti. Andare ai concerti della band, soprattutto grazie alla collaborazione con Warhol, voleva dire assistere a un’installazione artistica, a un film, a un happening, a un momento di letteratura o di ballo sfrenato, uno di quelli in cui il corpo prende il sopravvento sul resto e inizia a muoversi da solo. Soprattutto in brani come Venus in furs, European Son o l’infinita Sister Ray, i Velvet riuscivano a portare l’esperienza fisica su un piano nuovo, che, prima di loro, era totalmente inesplorato. Inventavano suoni sul momento, squarciando le convenzionalità dei generi diventando la colonna sonora di un generale sentire artistico dell’epoca che, nella storia, verrà ricordato come avanguardistico.

Quello di Todd Haynes è un film che riesce a immergere lo spettatore in tutto ciò, a metterlo a tu per tu con le personalità della band, con la loro storia, a partire da The Ostrich dei The Primitives fino a Sister Ray di White Light/White Heat; dalla terapia con lo shock di Reed alla cacciata di Cale dalla band; dalla collaborazione con Warhol fino alla realizzazione di Songs for Drella. E tutto ciò è impreziosito da testimonianze dirette di chi i Velvet li ha vissuti direttamente, nel bene e nel male, come Jonathan Richman, il frontman dei Modern Lovers, che nel documentario rappresenta una delle voci principali. E proprio guardando parlare Richman — la passione che ci mette — è impossibile non pensare a quella famosa citazione di Brian Eno: «Il primo album dei Velvet Underground ha venduto solo 30.000 copie, ma ognuno di quelli che ne ha comprata una ha iniziato una band».