Eredi dell’Indo, suoni del mondo

Trybals esplora come la musica occidentale venga vissuta e reinterpretata dalle tribù del Sindh, una delle quattro province del Pakistan. Attraverso video di reazioni, il progetto ideato dall'artista e content creator Adnan Ali mostra lo scambio culturale tra mondi, trasformando il semplice intrattenimento in un dialogo fatto di musica, arte e immaginario globale
11 Marzo 2026

Spiritualità, controcultura e appropriazione simbolica. Quando, alla fine degli anni Sessanta, i The Beatles abbracciarono la meditazione trascendentale di Maharishi Mahesh Yogi, la fascinazione per l’India entrò definitivamente nel mainstream culturale occidentale come alternativa al modello imperialista e materialista, capace di promettere trascendenza e autenticità a un’intera generazione in cerca di nuove coordinate.

Il primo incontro tra il gruppo e il Maharishi avvenne il 24 agosto 1967 all’Hotel Hilton di Londra. Fu Pattie Boyd, allora moglie di George Harrison, a scoprire il guru indiano e a convincere la band a partecipare a una sua conferenza sulla meditazione trascendentale. Affascinati dall’esperienza, il giorno successivo i quattro lo seguirono a Bangor, in Galles, per un seminario residenziale di dieci giorni.

Il soggiorno venne però interrotto bruscamente dopo soli due giorni, a causa della tragica notizia della morte del loro manager Brian Epstein. Un evento traumatico che li spinse ad aggrapparsi ancora di più agli insegnamenti del Maharishi, nel tentativo di trovare un centro di gravità in un momento di smarrimento personale e professionale.

Il culmine del loro rapporto si concretizza nel febbraio 1968, quando i The Beatles si recano all’ashram del Maharishi a Rishikesh. Le immagini delle quattro icone della cultura pop sedute a gambe incrociate sulle rive del Gange, alla ricerca di silenzio, mantra e dissoluzione dell’ego, fanno rapidamente il giro del mondo. Nonostante le tensioni interne già latenti, il soggiorno si rivela straordinariamente prolifico: lì vengono composte gran parte delle canzoni che confluiranno nel White Album.

Il rapporto con il Maharishi, tuttavia, si incrina. John Lennon e George Harrison maturano il sospetto che il guru sia eccessivamente attratto dalla fama e dal denaro. Da questa delusione nasce una canzone inizialmente intitolata Maharishi, poi trasformata in Sexy Sadie. Fu Harrison a convincere Lennon a modificare il titolo: pur condividendo l’amarezza, voleva evitare un attacco troppo esplicito o potenzialmente blasfemo, suggerendo un nome che ne celasse il bersaglio.

Il brano rappresenta uno dei rari esempi di dissing nella storia dei The Beatles. Eppure, molte delle accuse rivolte al Maharishi si rivelarono in seguito prive di fondamento. Anni dopo, Harrison si scusò pubblicamente per il modo in cui avevano gestito la vicenda, riconoscendo che gran parte dei sospetti erano alimentati da pettegolezzi e incomprensioni.

Il medico e scrittore Deepak Chopra, amico stretto di Harrison, ha raccontato che nei primi anni ’90 lo accompagnò a fare visita al Maharishi, che all’epoca viveva a Vlodrop, nei Paesi Bassi. Secondo il suo racconto, George si sarebbe presentato con una rosa chiedendo scusa in nome dei Beatles, riferendosi agli eventi del 1968 e alle parole dure di Lennon, nel frattempo assassinato davanti alla sua casa di New York. L’accoglienza del Maharishi fu calorosa: paragonò la band ad angeli grazie ai quali il mondo sarebbe cambiato, dichiarando di non aver mai provato rancore nei loro confronti.

Spesso ci concentriamo sugli effetti che le altre culture hanno avuto sulla produzione occidentale – non solo sui Beatles, ma anche sull’immaginario della musica elettronica influenzata dalla scena di Goa o, più recentemente, su lavori come The Mountain dei Gorillaz. Grazie a testimonianze come quelle di Chopra, possiamo immaginare quale fu l’accoglienza del Maharishi nei confronti della musica occidentale.

Resta però una domanda meno esplorata: qual è, oggi, l’accoglienza da parte di chi è stato per la maggior parte della propria vita estraneo allo tsunami globale del pop e del rock?

Adnan Ali è un artista e content creator pakistano con una formazione ibrida tra tecnica e arti visive. Laureato in ingegneria elettronica e diplomato in belle arti, vive e lavora a Tando Allahyar, nella regione del Sindh, in Pakistan, dove ha sede anche il suo studio. Il suo percorso nasce dal desiderio di diventare scultore, ma il contesto culturale in cui opera – in cui la rappresentazione statuaria è spesso percepita come inappropriata – ha reso complesso trasformare la scultura in una professione stabile. Di fronte a questi limiti, Adnan ha trovato nel digitale uno spazio alternativo di espressione.

Approda su YouTube nel 2015 caricando un timelapse del processo di realizzazione di un dipinto, inizialmente senza ambizioni economiche ma con l’intento di condividere il proprio lavoro con un pubblico più ampio. Dal 2018 inizia a prendere la piattaforma in modo più strategico e nel 2020 apre quasi per caso un canale dedicato al gaming su Android: uno dei primi video supera il milione di visualizzazioni in meno di un mese. Quel risultato gli permette di studiare grandi quantità di dati e comprendere le dinamiche dell’algoritmo, consolidando una presenza capace di generare centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Nonostante il successo del canale, Adnan sentiva l’esigenza di andare oltre. I video venivano realizzati semplicemente con uno smartphone e, da artista, desiderava esplorare qualcosa di più complesso, che coinvolgesse non solo la tecnica ma anche l’osservazione dei comportamenti, dei pensieri e delle reazioni umane.

Durante la pandemia avviene la svolta. Una zia, proveniente da un villaggio remoto, si trasferisce temporaneamente a casa sua. Un giorno la sorprende davanti alla TV mentre guarda i video di reazioni su YouTube. Alla sua domanda sul perché li trovasse così coinvolgenti, la risposta è semplice: amava osservare le reazioni di persone appartenenti alle comunità del Belucistan mentre assaggiavano cibi nuovi.

Quell’intuizione lo colpisce. Analizzando altri canali simili, percepisce però una forte componente di scripting che, a suo avviso, rendeva meno autentiche le reazioni. Decide allora di sperimentare un formato analogo, pur non avendo competenze nel campo del food. La sua conoscenza della musica occidentale, invece, gli offre un terreno solido su cui costruire un’alternativa.

Dopo tre video iniziali in linea con il filone dominante dei canali “tribal reaction”, Adnan comincia a differenziarsi: propone ai partecipanti di guardare Mr. Bean, di ascoltare Michael Jackson, di scoprire Bob Ross, arrivando persino a far seguire ai protagonisti un suo tutorial di pittura.

Sono soprattutto i video di reaction musicale a segnare il punto di svolta. Capisce che è lì che il pubblico risponde con maggiore coinvolgimento. Questa consapevolezza gli permette di aprire conversazioni più profonde con i partecipanti, trasformando il format da semplice intrattenimento reattivo in uno spazio di dialogo culturale.

È in questa traiettoria che nasce l’identità del progetto Trybals: non solo osservare la sorpresa di fronte all’alterità, ma creare un luogo in cui mondi apparentemente distanti possano confrontarsi attraverso la musica, l’arte e l’immaginario pop globale.

Abbiamo parlato con Adnan, che ci ha raccontato come funziona il format e la realtà che lo anima.

Chi sono le “Tribal People”?

Tutti i nostri partecipanti provengono da diversi gruppi di comunità che si trovano nella provincia del Sindh, in Pakistan. La regione del Sindh ha una cultura, un’arte e una lingua molto diverse rispetto ad altre parti del Pakistan. In un certo senso, quindi, sono tutti collegati all’antica civiltà della Valle dell’Indo, che risale a oltre il 3000 a.C.
Un partecipante in particolare, Abdul Aziz Rind, parla però una lingua leggermente diversa dalle nostre, cioè il balochi. Le sue radici sono originariamente legate alla sua terra natale, il Belucistan, da cui si è trasferito nel 2010. Nei nostri video parla anche la sua lingua madre. All’inizio per me era davvero difficile capirlo, ma con il tempo ho iniziato ad apprenderla e a comprenderla. Per quanto riguarda le credenze religiose, tutti i nostri partecipanti seguono l’Islam, tranne un’ex partecipante di nome Parvati, che è induista.

Come ti prepari per girare un episodio?

Inizio selezionando un argomento e poi dedico del tempo alla ricerca sull’artista e sul suo background, includendo alcune curiosità, la storia del brano e il suo significato culturale. Il processo di selezione parte dall’analisi di un form che ho progettato. A volte devo prendere in considerazione anche altre fonti, come i commenti su YouTube o i messaggi diretti ricevuti sulle nostre pagine social.

Queste esperienze influenzano il tuo gusto musicale?

C’è una grande differenza tra la nostra musica – la musica culturale sindhi – e quella del resto del mondo, in particolare la musica occidentale che esploriamo. Dal punto di vista dei testi, però, molto è simile: in ogni genere musicale la musica è una forma di espressione. Musicalmente, invece, cambia tutto. Le variazioni possono dipendere dalla geografia e affondare le radici in centinaia o migliaia di anni di storia.
Ho capito anche quanto sia importante raggiungere un pubblico globale, magari attraverso la fusione di generi diversi. Per esempio, la band Bloodywood, proveniente dall’India, fonde la musica tradizionale indiana con l’heavy metal. Mi piacerebbe che qualcuno facesse qualcosa di simile partendo dalla mia cultura.

Che effetto pensi che questo format stia avendo sul tuo pubblico? 

Non avrei mai pensato che il mio lavoro sarebbe stato apprezzato così tanto in tutto il mondo. Nove commenti su dieci che ricevo su YouTube sono pieni di positività, gentilezza e incoraggiamento. Molte persone scrivono che i video li hanno aiutati in modi inaspettati: ci considerano amici, una forma di supporto emotivo nei momenti difficili.
Di tanto in tanto navigo su internet e scopro articoli scritti sul nostro canale, trovando anche feedback su Facebook o Reddit. Ed è lì che capisco quanto questo dialogo, nato quasi per caso, sia diventato qualcosa di molto più grande.