Cosa succede quando, nella stessa sera, salgono sul palco un progetto folk d’avanguardia e uno psych-pop? Certo, queste etichette non sono esaustive di per sé, ma bastano a suggerire che un filo comune tra i due semplicemente non ci sia; più che altro ne emerge la mancanza di un opening act + headliner nel senso classico del termine. Massimo Silverio e Dumbo Gets Mad, infatti, non si introducono a vicenda, ma abitano due mondi che stanno in piedi da soli, autosufficienti. Da una parte un suono denso, fatto di visioni scure e contemplazione. Dall’altra uno psichedelico, in cui il ritmo viaggia e invita al movimento. Due distanze tenute insieme da una coesistenza temporanea nello stesso locale romano.
Le tempistiche però vanno rispettate. A salire per primo sul palco è l’artista friulano, che si sta imponendo come punto fermo in quella scena di ricerca italiana già avviata da nomi come Iosonouncane e Daniela Pes, e che continua a conquistare attenzione. La ricerca di Silverio parte da molto lontano, dall’adolescenza, e arriva fino ai live più recenti, passando spesso per strumenti classici come il violoncello. Per questa occasione, però, lascia a casa l’archetto e imbraccia la chitarra per arrangiare dal vivo i brani di Hrudja e Surtum.
Al suo fianco, Manuel Volpe lavora su una consolle ricca di strumentazione e arricchisce il suono con rumori ed echi radioheadiani che infittiscono tutto, mentre la batteria di Nicholas Remondino restituisce colpi inesorabilmente lenti e ipnotici. Nel mezzo, Silverio suona e canta, o meglio sussurra, mormora o, a tratti, alza la voce in una nenia. Tutto in lingua carnica, rendendo l’esperienza ancora più straniante. In sala nessuno si muove. Nessuno parla. Più che a un concerto, sembra di assistere a una performance d’arte contemporanea. Ma forse è proprio questo l’unico modo possibile per accogliere una proposta musicale che richiede, prima di tutto, attenzione.
Poi arriva Dumbo Gets Mad e il cambio di registro è netto. Luca Bergomi, che ha passato gli ultimi quindici anni a costruire questo progetto tra Los Angeles e l’Italia, sale sul palco con una band a cinque elementi e un’estetica completamente diversa. Via il buio, dentro colori e luci psichedeliche. Via i felponi, dentro le camicie aperte e gli occhiali da sole con un’aria da spiaggia. Ma è soprattutto il suono a spostare tutto. Se prima si restava immobili in una sorta di semi-contemplazione collettiva, con Dumbo il corpo risponde da solo.
Caterina Sforza, tamburello e voce, costruisce con Bergomi un gioco di intrecci vocali che funziona alla grande. Le loro voci si sovrappongono e alternano, alimentando un set che è un concentrato di divertimento e rimandi continui: disco-popalla ABBA (Congratulations), grunge alla White Stripes, linee di basso alla Hendrix (Self Esteem), derive orientaleggianti (Pariah), fino al piccolo pogo finale di Spacesomething, lisergico e post-punk. Esattamente l’opposto di quello che è successo mezz’ora prima.
Alla fine resta la sensazione di aver assistito a due concerti in uno, senza che nessuno dei due abbia ceduto terreno all’altro. Se da un lato Massimo Silverio ha chiesto silenzio e concentrazione, dall’altra Dumbo Gets Mad ha chiesto ritmo e abbandono. Due mondi che non si parlano, eppure convivono. Forse è proprio questo il segno di una scena che sta avanzando, senza soffermarsi su un unico registro. C’è spazio per chi ha fatto il giro del mondo prima di tornare a casa e per chi ha preferito scavare qui, con un pubblico che ha dimostrato di saper accogliere entrambi.


























