Cosa succede se mettiamo una rana in una pentola d’acqua e lentamente la lasciamo bollire? Sembra una domanda retorica eppure la risposta più ovvia, che culmina con la morte del polvero animale, non è scontata. Ma questo è esattamente ciò che succede anche nella nostra società. Si chiama “principio della rana bollita” e nel 2014 Naom Chomsky, filosofo e linguista statunitense, lo usava per descrivere quanto tendiamo a normalizzare situazioni che giorno dopo giorno diventano sempre più pericolose, in maniera subdola ma costante.
Forse Naom Chomsky sarebbe felice di sapere che c’è una persona, un artista, che ha esattamente 60 anni meno di lui ma che di questo principio ha deciso di farne il tema cardine di una sua opera. Parliamo di Sidstopia, classe ’98, che ha pubblicato a novembre il suo primo album dal titolo Le Rane Non Saltano ispirandosi proprio a questo teorema di Chomsky. Il genere cardine è quello hip hop, un genere che, come lui stesso ci ha detto «ha di bello che puoi dire tutto quello che vuoi, non c’è niente di vietato». Vista questa premessa uno si aspetterebbe un qualcosa di stereotipato, a tratti forse anche volgare, ma non è così. Le Rane Non Saltano è un disco carico di rabbia, espressa anche con le parole più pesanti, questo è vero, ma sempre in maniera estremamente intelligente, pesata, arguta.

Traccia dopo traccia, Sidstopia sembra lanciare uno dopo l’altro dei coltelli che squarciano veli, quei veli che ci impediscono di vedere oltre la patina di ipocrisia che la società ci mette davanti, in ogni ambito. Si parte da Fucksimili, il manifesto che apre il disco: un attacco chiaro e diretto a una realtà che non ci vuole individui, ma copie, spingendoci a replicare all’infinito le stesse identità senza mai differenziarci. Nell’artwork del brano, le rane diventano il simbolo di questa replicazione interminabile, che ci porta a perdere di vista la nostra individualità e volontà.
L’onda di rabbia sale in Pelle e ossa, un attacco all’industria musicale e discografica che sfrutta chi vuole fare arte e vivere di essa, tra industry plant, stream comprati e plagio. Anche il brano Piccolo ritorna sul tema: qui l’invettiva è contro artisti e contenuti vuoti, oltre a un pubblico che applaude senza capire. Il simbolo di questo brano è un bambolotto abbandonato, che simboleggia chi viene esaltato dall’hype e poi abbandonato quando non serve più. Una figura fragile, artificiale, mai cresciuta davvero, dimenticata come un giocattolo rotto.
Andando oltre l’industria musicale, Sidstopia si scaglia anche contro la frenesia social in Sputo fatti. Il brano si rifà all’omonimo trend social e rivela l’atteggiamento ipocrita dietro a molti comportamenti e tendenze che hanno il loro teatro proprio sulle vetrine dei social media.
Ogni brano è un proiettile sparato in una direzione ben precisa. Sidstopia si fa portavoce di una generazione stanca delle false promesse di successo e della superficialità, una superficialità che infetta non solo la musica ma anche i comportamenti promossi dai media. Ma se tutto quello che abbiamo attorno è così intriso di ipocrisia e falsità, questo è ancora un mondo in cui vale la pena vivere? Questa è la domanda che chiude il disco nella traccia Chomsky, un tributo esplicito al filosofo americano e al suo sguardo politico sui media. È l’ultimo atto di una discesa consapevole, dove il rap torna a essere un mezzo per analizzare la realtà.
Non c’è una risposta univoca e semplice. La conclusione a cui Sidstopia arriva in questo pezzo è che la consapevolezza è l’unico mezzo per la salvezza. Conoscere davvero cosa si ha intorno, nella sua vera natura, è l’unica via per non confonderlo con qualcosa di realmente accettabile e così riuscire a combatterlo, seppure in una battaglia solitaria.
Consapevolezza, pensiero, coscienza: sono queste le uniche chiavi per non finire come la rana bollita raccontata da Chomsky.

