Jacob Collier, quando la musica diventa relazione

In occasione del Sonic Park 2025 targato Fondazione Reverse, Jacob Collier incanta il pubblico di Torino con la seconda tappa italiana del Djesse World Tour Vol. 4. Malgrado l'improvviso cambio di location dal parco della Palazzina di Stupinigi allo Scalo Eventi Torino, imposto da esigenze esterne all'organizzazione, l’artista britannico trasforma il concerto in una celebrazione collettiva, tra virtuosismi musicali, armonizzazioni del pubblico ed emozioni senza fine
17 Luglio 2025

Spesso, quando ci si riferisce a Jacob Collier, i discorsi e le opinioni tendono a polarizzarsi. C’è chi lo reputa un genio, arrivando a definirlo «il Mozart del XXI secolo»; chi “soltanto” un grande talento musicale, dotato di un orecchio assoluto, che ha dedicato la sua vita allo studio della musica. I primi sono convinti che Jacob, oggi appena trentenne, nel corso della sua carriera realizzerà qualcosa di straordinario; gli altri, che è bravo sì, ma non inventerà nulla di nuovo.

Ovunque stia la ragione, che questo ragazzo sia o meno un genio, è indubbio perlomeno che lo si possa definire un maestro. Non solo nelle performance musicali, che gli consentono di padroneggiare qualsiasi strumento musicale in modo virtuoso e professionale – esclusi i fiati, almeno fino ad oggi e per quanto ce ne sia dato sapere –, come dimostrato fin dal suo album d’esordio In My Room, registrato in autonomia all’età di 22 anni e che gli è valso ben 2 dei 7 Grammy Awards collezionati fino a oggi. E non è nemmeno solo per la sua vasta conoscenza e comprensione dell’armonia musicale che negli anni ha attirato l’attenzione – divenuta poi amicizia – di alcuni mostri sacri della musica internazionale, tra cui Quincy Jones ed Herbie Hancock. Soprattutto, Jacob Collier è maestro nell’entusiasmo e nell’arte di trasmetterlo al suo pubblico, qualunque esso sia. Ne consegue che i suoi live diventano non solo un’occasione di festa, ma vere e proprie performance corali alle quali il pubblico è chiamato sempre a partecipare, a divenire parte dell’insieme. E la cosa più sorprendente è che questo coinvolgimento avviene senza alcuna costrizione, nella maniera più spontanea e genuina possibile.

Così è successo anche ieri sera a Torino, il 16 luglio del 2025, per la seconda delle tre date italiane del Djesse World Tour Vol. 4: una lunga serie di concerti che porta in giro per il mondo l’ultima omonima fatica dell’artista inglese, capitolo finale di un riuscito poker discografico volto a sperimentare le più disparate suggestioni musicali. Ospite del Sonic Park, il festival estivo di Fondazione Reverse da sempre realizzato nella suggestiva Palazzina di Caccia di Stupinigi – proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1997 –, il concerto ha tuttavia subito un drastico quanto inaspettato cambio di location. La decisione, maturata a seguito di un parere negativo dell’Ente Parco, è legata alla necessità di tutelare le colonie di pipistrelli e altre specie protette presenti nell’area. Una vicenda che fa (amaramente) sorridere, se non altro per la tempestività del provvedimento, arrivato alla settima edizione del festival, appena un mese prima dall’inizio dei concerti.

O meglio, farebbe sorridere, non fosse che l’alternativa scelta per ospitare il festival – probabilmente in fretta e furia a causa dell’emergenza improvvisa – è ricaduta sul SET (acronimo di Scalo Eventi Torino), uno spazio polivalente di recente fabbricazione, ideale – si legge sul sito della struttura – «per eventi aziendali, mostre, convention, fiere, sfilate, shooting e produzioni video». I concerti, purtroppo, sono i grandi esclusi in questo elenco. Il motivo appare presto chiaro: l’acustica non è delle migliori, è piuttosto dispersiva e diventa difficile apprezzare le singole parti che compongono l’insieme strumentale, specialmente durante i brani più densi e ricchi di sonorità. Agli organizzatori va comunque dato il merito di essere riusciti a salvare la manifestazione, trovando in poco tempo una soluzione alternativa.

Fortunatamente, però, l’esperienza del concerto ne ha risentito solo fino a un certo punto. Armato del suo solito entusiasmo, Jacob Collier apre l’esibizione correndo al trotto verso il centro del palcoscenico, bramoso di stabilire al più presto un contatto diretto con la sua platea. Sullo sfondo, una scenografia semplice ma suggestiva, accogliente, dominata da una varietà di fiori colorati disseminati qua e là, piante rampicanti e una serie di alberi da frutto sullo sfondo, addobbati con collane di luci colorate. Solo in un secondo momento, dopo i consueti calorosi saluti, il resto della band raggiunge il frontman sullo stage: Christian Euman alla batteria, Robin Mullarkey al basso, Ben Jones alla chitarra ed Erin Bentlage alla voce e alla tastiera. A sostituire Alita Moses, storica seconda voce di Jacob, è una giovanissima Parijita Bastola, famosa ai più per la sua partecipazione al programma televisivo The Voice nell’edizione di tre anni fa, quando ne aveva solo 17. Non è chiaro se l’assenza di Alita tra le fila della formazione sia da intendersi definitiva, quel che è certo è che Parijita si conquista egregiamente il suo posto sul palcoscenico, manifestando il suo talento in più di un’occasione grazie ai numerosi spazi solisti che le sono riservati.

Per tutto il resto dell’esibizione, Collier domina la scena in modo totalizzante, pur senza risultare mai ingombrante, forzato o esagerato. L’artista passa con disinvoltura da uno strumento all’altro, rivelando il proprio estro – mai fine a sé stesso ma denso di armonizzazioni creative, che di tanto in tanto gli (e ci) strappano un sorriso compiaciuto – ora con il contrabbasso, ora con la chitarra elettrica, passando per la batteria elettronica, la chitarra acustica a dieci corde – con cui si accompagna in una commovente versione di The Sun Is In Your Eyes – e i sintetizzatori. Al centro di tutto, il suo fedele pianoforte a coda firmato Steinway & Sons.

Ancora più centrali, però, la sua voce eterea e le sue abilità di regista. Alla stregua di un’abile marionettista, tessitore d’ugole, Jacob Collier dirige il suo pubblico come fosse un’orchestra. Lo divide in quattro, o perfino in sei sezioni, a ciascuna delle quali fa cantare una specifica nota musicale – abbassandola o alzandola di un grado della scala maggiore, all’occorrenza, con un gesto della mano –, creando così un accordo a quattro o sei voci (o forse meglio dire a mille), mutevole e in continuo divenire. Tiene il suo pubblico così, sospeso e con le corde vocali tese, per almeno dieci minuti buoni: ne alza e abbassa le dinamiche, lo dirige nell’esecuzione di piccole melodie, ne comprova le capacità. In poche parole: ci gioca. Ma la cosa più incredibile è che lui, il suo pubblico – che quasi diviene un’unica entità –, risulta perfettamente intonato. Sarà forse il potere della partecipazione collettiva, o forse uno strano magnetismo intrinseco nei principi fisici della vibrazione musicale, che spinge le voci dissonanti ad accordarsi alla moltitudine. Sarà qualcosa del genere, o qualcosa di più di irrazionale: in ogni caso, funziona. Ed è assolutamente magico.

La scaletta si dispiega in un vasto paradigma di suggestioni e intensità: si passa dalle cadenze ritmiche pesanti di WELLLL alle atmosfere soul di In Too Deep e Feel, passando per i momenti più intimisti e commoventi – forse i più efficaci nel contesto acustico di cui accennavamo – intrapresi con Little Blue e la già citata The Sun Is In Your Eyes. Frequenti i riferimenti a Torino, inseriti come easter eggs all’interno delle canzoni, città che lo stesso Collier definisce «very funky», prima di dedicarle alcuni dei brani del suo repertorio che più si avvicinano a quest’etichetta musicale: All I Need e Time Alone With You. A chiudere, come da tradizione, una performance ancora una volta e più che mai corale – tra pubblico e artisti sul palco – di Somebody To Love dei Queen, inframmezzata da un facile quanto apprezzato omaggio al cantautorato italiano più tradizionale: Nel Blu Dipinto Di Blu di Domenico Modugno.

Dopodiché, senza fronzoli e senza apparenti encore – se non consideriamo che il resto della band esce e rientra sulla scena prima dell’atto finale, lasciando Jacob da solo sul palcoscenico –, il live si chiude all’apice della sua intensità, cedendo il posto a un’apprezzatissima September degli Earth, Wind & Fire, sparata a tutto volume per non spegnere l’euforia di un pubblico ormai in preda all’entusiasmo, adesso in piedi contro le transenne, che non ha mai smesso di cantare, emozionarsi e partecipare.