La ragazza con la pistola: Yeule angelo rock in Evangelic Girl is a Gun

Divisa tra la riscoperta del rock dei primi anni Duemila e le sperimentazioni ambient e synth-pop attuali, la glitch princess Yeule torna con Evangelic Girl is a Gun: finora l’album più variopinto di tutto il suo repertorio musicale
3 Giugno 2025

Se Italo Calvino ne Le Città Invisibili avesse potuto ascoltare la musica di Nat Ćmiel, in arte Yeule, le avrebbe dedicato una città digitale, una dimora principesca dalle mille porte d’accesso, ma pericolosa e isolante. Un pozzo di internet che avrebbe intrappolato il suo navigatore a sé, usando la sua carne per costruire le pareti della dimora stessa. 

Yeule naviga tra sperimentazioni continue, aliene e alienanti, narcotiche (Serotonin II) e digitali (Glitch Princess), che intrappolano l’ascoltatore in muri di suoni indistinguibili, spesso stressanti. Tramite i suoi lavori di produzione immensa, Yeule è un’artista pop che toglie al genere le sue fattezze principali, lo scioglie e lo ricompone a piacimento, con precisione alchemica e mai dettata dal caso. Perfette sonorità per un mondo allo scatafascio: è paradossale la facilità con cui ritrovarsi nei concept dell’artista, difficile da apprezzare per la sua ampia ricerca romantica e interiore, ma che allo stesso tempo riesce a descrivere la nostra umanità come un essere smolecolato senza carne né anima (guardatevi Akira per capirci), persa nell’etere e incapace di connettersi al mondo reale.

Con Evangelic Girl is a Gun, Yeule sembra finalmente avere aperto la porta della sua cameretta, per poi rispolverare i dischi che più l’hanno influenzata quando era una giovane frequentatrice della scena underground di Singapore, portandola così a staccarsi dal terreno chill pop ed elettronico per abbracciare sonorità più terrene e fangose come il rock. Da Ella Fitzgerald ai Portishead, Da Bjork ai Franz Ferdinand, l’onda musicale dei primi anni Duemila (e non solo) si schianta nel nuovo lavoro della nostra, dando adito anche a una maggiore presenza vocale e dei testi. Yeule si professa così angelo veggente e combattente – come vediamo nella copertina – di un nuovo mondo che verrà, fittizio o reale che sia, attraverso testi più sociali e sfacciati, mettendo da parte la vulnerabilità e l’inconsapevolezza giovanile che contraddistinguono i suoi primi EP.

Tequila Coma mette le carte in tavola con il suo slow rock seducente, quasi da sembrare una track sbagliata in relazione ai precedenti ascolti dell’artista. La novità che salta all’orecchio è l’aggiunta di una chitarra elettrica, sempre storta e glitchata, a cui vengono dedicati spazi per assoli e ritornelli. The Girl Who Sold Her Face mette alla prova le capacità vocali dell’artista che non si è mai professata grande vocalist, ma che si sforza per far sembrare il pezzo cantabile. Il messaggio però è molto bello: il testo racconta le vicissitudini di una star di internet che vede il suo sogno realizzarsi in cambio della propria pelle. Una favola macabra, come le solite raccontate da Yeule il cui forse più chiaro esempio è da ricercare in uno dei singoli passati, Pixel Affection –. 

Eko e VV sono due dolci ballad pop dal testo complicato, accompagnate da una chitarra acustica e malinconica, che tentano di sfociare nell’ambient pop ma senza troppa sperimentazione. In Dudu e Saiko si sentono i forti riferimenti a Bjork e Grimes, dove il genere commerciale per eccellenza si mescola con le sperimentazioni vocali.

È un’ingiustizia che l’album finisca con le due track a parer mio le più potenti di tutto l’album. Evangelic Girl is a Gun è una dance per l’estate, dinamica e mai ripetitiva, mentre Skullcrusher si immerge nell’universo cinematografico alla Sucker Punch: puro rock-metal che dipinge il paesaggio di un mondo apocalittico e combattivo, dove tornano i cliché tipici dell’industrial rock quali chitarre distorte, scream riff ripetitivi ed estenuanti.

Immaginarsi di sperimentare in una società come questa diventa sempre più difficile, specialmente se la propria musica la si vuole portare a più ascoltatori possibili, ovvero in radio, nei club, nelle strade. Yeule inizia la sua carriera con una spinta “egoista”: fare arte per sé e non per il pubblico. Evangelic Girl Is A Gun muove invece le sue tracce verso un ascolto più classico: lo si sente dalla presenza di una struttura in ogni canzone, dai ritornelli chiari e canticchiabili, che non possono sfuggire alla memoria dell’ascoltatore.

Yeule sembra aver maturato, dopo tre album di indiscussa qualità, una consapevolezza maggiore sulla composizione musicale e sul suo stile. Da un immaginario troppo alienante ed egoista come quello di Softscars, abbiamo ora trovato un’artista che ha smesso di guardare a sé stessa, ma che è pronta a mescolarsi con il mondo e, forse, provare a cambiarlo.