100 anni di Coltrane: il gigante del jazz

Cento anni dopo la sua nascita, John Coltrane rimane una delle figure più importanti e influenti della musica del Novecento. La sua carriera ha attraversato il jazz in tutte le sue principali trasformazioni, che lo hanno spesso visto protagonista: dall’hard bop di Blue Train e Giant Steps al free jazz di Ascension, passando per il jazz modale di Kind Of Blue e la spiritualità di A Love Supreme. Un musicista immenso, che ha saputo leggere con attenzione i profondi cambiamenti della propria epoca per poi scegliere di reinventarli, anticipando il suono del futuro
23 Settembre 2026

Ci sono storie che meritano di essere rievocate. Grandi nomi, imprese celebri che è necessario ricordare. Nella musica, così come in ogni altro ambito artistico e performativo, esistono personalità leggendarie, che hanno trasformato il mondo musicale fino ad allora percepito, alterandolo per sempre. La scoperta, l’avanguardia, la sperimentazione. Da un certo momento in poi, esplorati certi suoni, certi meccanismi e certe zone d’ombra fino ad allora neanche immaginabili, semplicemente non si possono più ignorare. Bisogna farci i conti: l’asticella si è alzata, il bagaglio condiviso aumenta la sua consistenza.

Oggi, 23 settembre 2026, John Coltrane compie 100 anni. Contemporaneo e coetaneo di Miles Davis – estendiamo quindi anche a lui i nostri auguri –, Coltrane è stata una delle figure centrali nella musica occidentale contemporanea. Tra i massimi esponenti dell’hard bop e del jazz modale, nonché tra i primi sostenitori del free jazz, l’eredità musicale che questo artista ha lasciato ai posteri è enorme e merita di essere ricordata, ma poiché nell’ultimo mezzo secolo si è creata una sorta di pregiudizio nei confronti del jazz – in parte a causa dell’appropriazione culturale bianca che ne ha distorto progressivamente l’immaginario, trasformandolo in un genere da cravattino, elegante e raffinato –, forse occorre fare qualche piccola premessa. Se non altro per dovere di cronaca, o per eccesso di cautela.

Fin dai suoi esordi, ma in particolare dalla nascita del bebop, il jazz si è sempre distinto per la grande sperimentazione dell’armonia musicale, che inevitabilmente ha portato con sé nuove consapevolezze e, di conseguenza, grandi cambiamenti. A partire dagli anni ’40 del secolo scorso, quando l’avvento del bebop segna una vera e propria rivoluzione nel mondo musicale contemporaneo grazie ad artisti del calibro di Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Thelonious Monk, per almeno tre decenni il jazz diventa uno dei principali teatri di sperimentazione e di avanguardia musicale, definendo stili, approcci e rivoluzioni armoniche che saranno poi rielaborate e reinterpretate in infinite forme negli anni a venire, più o meno direttamente, in qualsiasi genere musicale. 

Questo impatto enorme, tuttavia, non è arrivato da musicisti affermati con una solida formazione accademica – o perlomeno non ai suoi inizi –, né tantomeno da persone di spicco cresciute in contesti privilegiati. Il jazz è di origine popolare afroamericana e negli Stati Uniti, in quegli anni, essere afroamericani significava vivere una profonda segregazione sociale, che passava dai banchi di scuola e permeava nella vita di tutti i giorni. In questo contesto – e semplificando per non dilungarci nella digressione –, il jazz assume anche il valore di riscatto sociale e culturale attraverso la musica: a partire dal blues, altro genere di matrice afroamericana, mette progressivamente in discussione il ruolo del musicista come mero esecutore, in un contesto orchestrale che tendeva a subordinare l’esecuzione individuale alla struttura complessiva. Focalizzando sempre di più l’esecuzione sull’improvvisazione strumentale, infatti, anziché riprodurre fedelmente qualcosa scritto da qualcun altro, il solista comincia ad appropriarsi della struttura armonica che esegue, reinterpretandola per creare qualcosa di personale, intimo e soggettivo. Il che, in un contesto di discriminazione, assume una forte valenza sociale.

Con l’avvento del bebop, poi, avviene una vera e propria trasformazione: la melodia si fa veloce, sfuggente, imprevedibile. Le scale musicali si arricchiscono di cromatismi e spostano gli accenti in zone inusuali, intensificando la struttura armonica di accompagnamento che, di conseguenza, si evolve. Da allora è una ricerca continua: di nuovi suoni, nuove progressioni, nuove distorsioni che, consolidate, diventano regole, possibilità.

Nel pieno di questa rivoluzione musicale si inserisce John Coltrane, sassofonista tenore (e poi anche soprano) che, con il leggendario sestetto di Miles Davis prima – al fianco di Bill Evans (sostituito poi da Wynton Kelly), Cannonball Adderley, Paul Chambers e Jimmy Cobb – e come band leader poi, ha intrapreso un percorso di ricerca tecnica, espressiva e sonora che lo ha impegnato per tutta la vita. In particolare, a partire dal suo secondo album Blue Train (1958) – pubblicato per la celebre Blue Note e a pieno titolo inserito nell’Olimpo dei grandi capolavori del genere hard bop –, Coltrane sviluppò progressivamente una vera e propria ossessione per la tecnica e per l’armonia: la leggenda – mai accertata e che qui riporto come tale – narra che studiasse ininterrottamente ogni giorno, arrivando regolarmente a 10, 12 o persino 16 ore di pratica quotidiana. Una ricerca continua e spasmodica della perfetta padronanza tecnica, che però convive sempre nell’artista americano con una costante ricerca di senso, di innovazione e introspezione. Se infatti da un lato abbiamo un sassofonista ossessivo compulsivo, che sembra voler spingere al massimo le potenzialità del proprio strumento, dall’altro abbiamo un autore e interprete di alcune delle ballad più belle e suggestive nella storia di questo genere: da Naima a Say It (Over, and Over Again), passando per It’s Easy To Remember e l’intramontabile versione di In A Sentimental Mood, suonata insieme a Duke Ellington, autore del brano.

John Coltrane, Cannonball Adderley, Miles Davis e Bill Evans durante le sessioni di Kind Of Blue – foto di Frank Driggs Collection

L’esempio perfetto di questa versatilità, che pure è densa di sfumature intermedie, risiede nell’anno 1959. Una data storica per il jazz contemporaneo, da molti definito come l’anno d’oro di questo genere. È infatti in questo periodo che vengono realizzati cinque dei più importanti dischi jazz di sempre, seppure profondamente diversi gli uni dagli altri: Kind Of Blue di Miles Davis, Time Out di Dave Brubeck, Mingus Ah Uhm di Charles Mingus, The Shape of Jazz to Come di Ornette Coleman e, registrato in quello stesso anno ma uscito nei primi mesi del 1960, Giant Steps di John Coltrane.

Nel 1959, quindi, Coltrane si trova quasi contemporaneamente al centro di due dischi destinati a cambiare per sempre il corso del jazz. Da una parte Kind Of Blue, il disco jazz più venduto di sempre, pietra miliare del jazz modale; dall’altra Giant Steps, che sigla il passaggio dell’artista sotto Atlantic Records. Due dischi profondamente diversi, che sembrano riassumere bene la complessità artistica di questo musicista, in grado di evolvere e sperimentare le proprie capacità guardando in due direzioni opposte contemporaneamente. Se infatti il primo disco riduce la complessità armonica per creare spazio, il secondo la porta a una densità senza precedenti, comprimendo il tutto ai limiti della claustrofobia. In entrambi i casi, però, il risultato riflette una nuova idea di libertà musicale.

Infatti, le due strade non sono realmente contraddittorie. Entrambe mettono in discussione il modello hard bop fondato sulla successione rapida degli accordi e sulla necessità di reagire verticalmente a ciascuno di essi. Davis lo fa eliminando il problema; Coltrane cercando di dominarlo fino in fondo. È noto, del resto, un aneddoto interessante legato a queste registrazioni, che rende il confronto tra i due dischi ancora più affascinante. Durante le sessioni di Giant Steps, Tommy Flanagan, pianista di livello straordinario, fatica ad affrontare la progressione della title track. Le take conservate testimoniano infatti la difficoltà del pianista di improvvisare spontaneamente su una struttura che non apparteneva ancora al vocabolario comune del jazz. Coltrane, invece, aveva studiato quelle relazioni fino a dominarle perfettamente a una velocità vertiginosa: la differenza tra le due improvvisazioni è abissale. Il brano diventa così una prova tangibile di come il musicista stesse costruendo, attraverso lo studio, una nuova grammatica dell’improvvisazione.

Un’ulteriore svolta nel percorso di Coltrane arriva cinque anni dopo con A Love Supreme (1965), registrato alla fine del 1964. Qui la complessità ritorna ma, al contrario di Giant Steps, non è più soltanto armonica: è spirituale, ritmica e compositiva. La suite in quattro parti trasforma l’improvvisazione in una forma di ricerca interiore, mantenendo però una struttura ancora fortemente riconoscibile.

È infatti solo con Ascension, registrato nel giugno del ‘65, che Coltrane aderisce in pieno alla corrente del free jazz, raccogliendo e sviluppando le innovazioni introdotte pochi anni prima dall’avanguardia di Ornette Coleman. In questo disco, il cui ascolto potrebbe risultare ai più complesso e faticoso, il musicista abbandona del tutto la dimensione raccolta del quartetto per riunire un ensemble di undici musicisti, tra cui Pharoah Sanders, Archie Shepp e Freddie Hubbard. La composizione, qui, non è più un semplice contenitore per assoli: sezioni scritte e improvvisazione collettiva si alternano e si sovrappongono, creando una dimensione performativa nella quale il gruppo assume una nuova forma, quella di un’unica chimera solista, con una propria identità.

La trasformazione, del resto, è evidente anche nel suono. Insieme a Pharoah Sanders, Coltrane porta il sax verso territori lontanissimi dall’eleganza stilistica del bebop. Il timbro può diventare aspro, stridente, sovracuto. In poche parole: emotivo, come fosse privo di filtri razionali. Il sax, qui, non serve più soltanto a costruire linee melodiche o armoniche, diventa un oggetto sonoro in grado di produrre urla, rumori, frizioni. L’espressività non risiede più solo nella nota, ma anche nel modo in cui quella nota viene attaccata, deformata e prolungata.

Il percorso di Coltrane, da questo momento in poi, non conosce più un vero punto d’arrivo. Dopo Ascension arriveranno Meditations (1966), Kulu Sé Mama (1966) ed Expression (1967), seguiti da una grande quantità di pubblicazioni postume alla sua morte, avvenuta il 17 luglio 1967 all’età di 40 anni. È una traiettoria che, riletta a posteriori, appare solida e coerente: dall’hard bop blues di Blue Train alla disciplina quasi matematica di Giant Steps, dalla spiritualità di A Love Supreme fino alla libertà sfrenata di Ascension, Coltrane non ha mai smesso di sfidare i propri limiti, spostandoli ogni volta un po’ più in là.

E il risultato è un patrimonio musicale immenso, che ancora oggi, a quasi sessant’anni dalla sua scomparsa, rivela i canoni dell’avanguardia musicale.